lunedì 3 marzo 2014

The Blacklist - 1x06-1x11

Un post per 6 puntate? Certo, tanto parleremo diffusamente solo della doppia mid-season Anslo Garrick, e del rientro dopo le vacanze natalizie, Il buon samaritano. Le altre puntate sono prescindibili tanto a suspense quanto all'apporto dato all'economia della serie in termini di sviluppo della trama. A parte qualche piccola rivelazione e una leggera crescita dei personaggi, si tratta di episodi senza infamia e senza lode, semplici procedurali buoni per una serie qualunque. Al netto di James Spader, naturalmente.

Le puntate 9 e 10, invece, sono un netto cambio di marcia. No, davvero.
Nulla a che spartire con quanto visto finora, in queste due puntate c'è la dimostrazione che le potenzialità della serie sarebbero molte, se solo Bokenkamp facesse poco più del minimo sindacale e se la scrittura uscisse ogni tanto dallo schema CHiPs.

Lo schema CHiPs è quello in voga a partire dal famoso telefilm (negli anni '80 si chiamavano così) con Poncharello, che prevedeva sempre il solito copione: ci sono i criminali che fanno qualcosa di criminale, i Chips li braccano ma i criminali riescono a scappare, continuano a fare qualcosa di criminale, alla fine vengono catturati e Ponch e Baker escono con delle ragazze.

Nel doppio episodio la sceneggiatura non è un capolavoro di originalità, le forzature sul personaggio di Lizzy cominciano ad essere assurde (qui le basta prendere due respiri e ripetere il mantra:"Ricorda l'addestramento" per trasformarsi in una specie di Jack Bauer in gonnella) ma passa tutto in secondo piano. Perché? Perché ci si diverte, perché le chiavi della storia vengono consegnate a Reddington, perché ci sono comunque delle scelte coraggiose nello sviluppo della trama che ingarbugliano un poco una storia che stava diventando un po' troppo piatta, compresa un'uscita di scena eccellente e l'ingresso di nuovi personaggi. Vedere per credere.

Ma il nodo della questione è l'episodio successivo: Il buon samaritano.
Qui coesistono le due anime della serie, quella CHiPs e quella buona. Questa seconda è data sostanzialmente dagli strascichi della puntata Anslo Garrick, che vede Reddington intento a sistemare le faccende rimaste in sospeso, con un paio di scene da incorniciare a corredo. Parallelamente, Liz, imbeccata comunque da Red, risolve il suo caso e porta a casa la pagnotta tra uno sbadiglio e l'altro.

Si è già capito dove voglio andare a parare, no? The Blacklist rimarrà una serie come tante altre, oppure la produzione saprà sfruttare a dovere il materiale a disposizione, a partire da James Spader? E' lo stesso interrogativo che chiudeva il post a commento dell'episodio pilota, se undici puntate dopo siamo ancora qui significa che la serie si lascia comunque guardare e qualcosa di buono c'è. Al netto di James Spader, naturalmente.
Con pochi alti, molti bassi e due puntate decisamente sopra la media a riequilibrare il tutto, non ci resta che aspettare i prossimi sviluppi.



domenica 23 febbraio 2014

Dragonero non ce la fa

Dallo scorso post:
se nel giro di quattro-cinque numeri la serie non cambia marcia, ahimé, ritengo che sarà da abbandonare
Credo non ci sia bisogno nemmeno di aspettare altri tre numeri per decretare il fallimento di questa serie, dal mio punto di vista. Purtroppo Vietti ed Enoch non sono riusciti a fugare le perplessità già espresse in precedenza. Dispiace, perché il progetto sembrava di tutt'altra pasta, forse sono stato io a crearmi delle aspettative ingiustificate, ma qui siamo di fronte all'ennesimo fumetto nazional-popolare stile Tex. Il problema è che Tex E' Tex e quindi funziona egregiamente perché certi stilemi sono nati con lui, Ian invece non è Tex, tanto meno Gmor è Kit Carson, e allora perché sprecare anni di lavoro preparatorio per propinarci mensilmente storielle a sfondo investigativo, con la soluzione del "giallo" spiattellata prima di metà numero?
Mi riferisco in particolare all'ultimo albo, Il tocco che uccide, sceneggiato da Luca Enoch, che evidentemente ha dimenticato i tempi di Sprayliz e Gea e scrive una storia commovente per quanto è brutta, senza un minimo di tensione, che sembra quasi improvvisata per come i turning point, ammesso che ve ne siano, vengono trattati frettolosamente.

C'è davvero pochissimo di fantasy in questa serie se non, ripeto, le ambientazioni e dei generici e sporadici riferimenti a qualche elemento precipuo del genere, di sicuro non l'epica. I poteri di Dragonero sono meramente strumentali alle storie, nell'ultimo numero siccome il solo Ian non aveva capito chi fosse l'assassino, ecco che di punto in bianco in sogno gli appare la soluzione. Sogni rivelatori, "senso di ragno", sangue di drago che annichilisce nemici di qualunque natura e dio solo sa quali altri capacità rendono Ian l'ennesimo perfettino senza macchia (in questo senso, la copertina del n.8 è come minimo fuorviante) che non sbaglia mai un colpo e fa sempre la cosa giusta. L'altro protagonista, Gmor, è uno stereotipo fatto e finito non solo per il carattere, ma anche per come viene trattato nelle storie: un miscuglio malriuscito tra Kit Carson e Tiger Jack.

Insomma, una vera e propria delusione. Basta confrontare questi primi nove numeri coi primi nove di Nathan Never, che segnò l'ingresso della SBE nella fantascienza, altro grande filone fino ad allora inesplorato dalle parti di via Buonarroti, per realizzare quanto questa serie sia povera di contenuti.



venerdì 17 gennaio 2014

La grande bellezza

Fresco di premio come miglior film ai Golden Globe, l'ultimo film di Sorrentino si candida all'Oscar come miglior film straniero, e lo fa con merito.
La cifra stilistica di Sorrentino si vede tutta, siamo in presenza di un regista la cui impronta è riconoscibilissima, elegante come pochi nei movimenti di macchina; a livello visivo un appassionato di cinema non può che rimanere estasiato, anche per una fotografia che mette in risalto la grande bellezza di una Roma spesso inedita. A far da contraltare alla meraviglia per gli occhi troviamo una scrittura per niente fluida, quasi un puzzle, che dà l'idea di troppe istantanee messe insieme tanto per rappresentare la decadenza e la cafonaggine di un certo tipo di società.

A volte queste istantanee risultano però poco realistiche, diciamo che invece che da una Polaroid escono da uno smartphone dopo aver applicato tre o quattro filtri di Instagram. OK, probabilmente non è esagerato usare uno stile tanto barocco per rappresentare la mondanità romana, ma si poteva essere meno ridondanti in alcuni frangenti e sviluppare meglio la storia. Critiche da profano, per carità, ma credo che alla pellicola avrebbe giovato una storyline più organica.

E' tutto nei primi dieci minuti: la Roma di giorno, quella dei turisti con un coro di lirica a commento, di contrappunto la Roma notturna alla festa di Jep, una tribù che balla al ritmo di Far l'amore e Mueve la colita.
Parliamo delle canzoni perché si conferma la bravura del regista nello scegliere la colonna sonora, specie qui dove Jep è continuamente in bilico tra la sua vocazione alla mondanità e la nostalgia (cantata meravigliosamente da Verdone in uno dei passaggi migliori del film) alla dolcezza degli anni gioiosi dei primi amori.

Un'opera a due facce, dunque. L'ambizione di Sorrentino di riuscire a fare un film sul nulla (come fa dire ben due volte a Jep, parafrasando Flaubert) riesce solo a metà. La sceneggiatura è troppo evanescente e non facilita la comprensione, i personaggi pronunciano battute ora riuscitissime, come l'invettiva a bassa voce di Jep nella scena contro Stefania, ora da arresto:"Mangio le radici perché le radici sono importanti" è una delle battute peggiori di sempre!
Viene calcata la mano anche sulla scrittura di alcuni caratteri, funzionali alla storia ma poco credibili perché troppo macchiettistici, su tutti il cardinal Masterchef, davvero insopportabile.
D'altro canto, il cast fa di tutto per far dimenticare questi problemi. Ogni attore fornisce una buona prova, compresa Serena Grandi che interpreta praticamente sé stessa al netto della cocaina. Servillo è al suo meglio, Verdone ha una parte piccola, ma significativa, e non sfigura, mentre la Ferilli, pure convincente, è un po' troppo sacrificata dalla sceneggiatura.

Il film rimane sicuramente da vedere. Riesce nel difficile compito di non annoiare nonostante i suoi difetti per me fin troppo evidenti, è girato in maniera impeccabile ed ha al suo servizio un Servillo che si muove benissimo nei panni sgargianti di Jep Gambardella. Non è facile dire bene di un film che per molte cose non mi è piaciuto, ma mi sento di promuoverlo e di consigliarlo perché ha qualcosa che incanta. Ha quel quid che, al contrario del pur formalmente eccezionale This must be the place, lascia qualcosa dopo la visione, forse perché in fondo ci si rende conto che è comunque un film che sa raccontare molte cose dell'Italia.
Alcuni hanno detto: è il film che ci meritiamo, nel bene e nel male; forse non sono lontani dalla verità e bisogna dare atto a Sorrentino di aver partorito un'opera coraggiosa, ed il fatto che si tenda a vederla a tratti troppo kitsch forse è segno che la grande bellezza non è del tutto perduta.

giovedì 9 gennaio 2014

The Blacklist - 1x03 1x04 1x05

La prima stagione di The Blacklist prosegue mantenendo le promesse fatte nei primi due episodi, aggiungendo un po' di carne al fuoco ma non riuscendo del tutto a distinguersi, almeno per il momento, da altre serie del genere.

Ep. 3 - Wujing (Il Traditore)
Nonostante i suoi difetti, dal punto di vista del divertimento è stato l'episodio che ho gradito di più finora. Si stringe ulteriormente il rapporto tra la Keen e Reddington, quest'ultimo ha un ruolo decisamente più attivo di quanto mi aspettassi. Ben scritto, abbastanza coinvolgente, seppur dalle dinamiche non proprio originalissime e a volte risolte in maniera facilona, per esempio la Keen che da profiler in dieci minuti diventa un esperto di sistemi di decrittazione credibile. E' facile sorvolare sui difetti, compreso un villain non proprio carismatico, quando l'intero episodio scorre via in maniera frizzante, con climax e punti di svolta ben distribuiti lungo l'arco della puntata.

Ep. 4 - The stewmaker (Lo squagliatore)
Sicuramente la puntata tecnicamente scritta meglio, nonostante il titolo italiano non si possa proprio sentire. Vengono introdotte alcune rotture rispetto al modo con il quale si sono dipanate le storie fino ad ora, e che per certi versi verranno riprese anche nella 1x05. La struttura del racconto è infatti meno lineare dei precedenti, ed anche per questo assistiamo ad un'interessante crescita di Ressler, anch'essa confermata nell'episodio seguente. Tuttavia il personaggio non ha ancora quello spessore che ci si aspetterebbe, così come in generale tutti i comprimari, in particolare il vicedirettore Cooper ha il carisma di una cavia da laboratorio.

Ep. 5 - The courier (Il corriere)
Al quinto episodio, possiamo certamente dire che il villain più riuscito è stato quello dell'episodio pilota. Nonostante il corriere del titolo sia interpretato da Robert Knepper (indimenticabile T-Bag di Prison Break) e nonostante il suo modus operandi e il suo "bonus fisico" siano del tutto intriganti, il filone investigativo non convince del tutto, ed anzi sembra un pretesto, una sottotrama al servizio del più interessante triangolo Elizabeth-Reddington-Tom. La puntata si chiude con un interessante cliffhanger con protagonisti la Keen e suo marito, a conferma del fatto che, almeno finché non capiremo qualcosa in più sulla natura di Tom (good or evil?) e su cosa lega Red a Elizabeth (legame di sangue?), sarà il rapporto fra i tre a fare da motore alla serie.

giovedì 2 gennaio 2014

La desolazione di Smaug

"Ma come faranno a farci una trilogia?" mi chiedevo quando apparse la notizia che, dall'idea originale del dittico, la produzione intendeva trasporre la fiaba tolkeniana in tre lungometraggi. Arrivati al secondo capitolo, ecco la risposta alla domanda: infarcendo la trama di un paio di side-stories completamente inventate, che prendono molto più piede della storia originale rispetto al primo capitolo. Si può fare anche una trilogia anche su Mattina di Ungaretti se ci si inventa qualcosa da appiccicarci sopra. Poi, per far spazio a queste, si riducono notevolmente i tempi per la trama originale, come con Beorn, che nel libro ha una certa importanza e nel film è poco più di una comparsa.
Detto questo, a me questi rimaneggiamenti non hanno disturbato più di tanto, se non fosse che, a quanto si è visto finora, la storyline di Gandalf rende totalmente privo di significato tutto il primo atto de La compagnia dell'Anello. Vabbé, vediamo come si chiude con il terzo capitolo ma credo che sarà molto difficile raccordare la continuity tra lo Hobbit e Il Signore degli Anelli. Per il resto, i nuovi personaggi funzionano bene, sia quelli inventati (perché sono scritti bene e perché hanno le fattezze di Evangeline Lilly) che quelli già presenti nel libro (Bard che, al contrario di Beorn, viene reso davvero tridimensionale dalla riscrittura).
Due parole sull'HFR: chi mi accompagnava aveva visto il primo film in una sala con 3D "normale" e mi ha confermato che non c'è paragone. Svanito dopo una ventina di minuti l'effetto fiction di Blu notte, è davvero magnifico seguire questa pellicola in una sala attrezzata. Gli scenari sono meglio illuminati rispetto al primo capitolo, la profondità di campo è anch'essa resa meglio (vedere la scena iniziale al Puledro Impennato), il Reame boscoso lascia a bocca aperta ed è molto aderente all'idea che mi ero fatto leggendo il libro. Ma l'importanza dei 48 fps stereo si palesa definitivamente nel terzo atto, quando appare Smaug.
Fino a quel momento il film, escludendo la sequenza delle botti nel fiume (inventata, ma Legolas mi fa impazzire) viaggiava a velocità di crociera. Appena dentro Erebor, il ritmo scala un paio di marce e diventa spettacolare. Smaug è grande, no Smaug è immenso, è cattivissimo, ed è una gioia per gli occhi. E' un diavolo di drago gigante sputafuoco che esce dallo schermo ed è maledettamente reale.
Solo gli Jaegers di Pacific Rim possono competere con tanta magnificenza a schermo, ma Smaug è davvero qualcosa di indescrivibile per imponenza. Tiriamo le somme. Pollice giù per alcune parti della trama originale trattate in maniera frettolosa (Beorn, Bosco Atro, Erebor) e per il problema della continuity. Pollice su per Smaug, Evangeline Lilly elfa, realizzazione tecnica in generale. Il film risulta più che godibile, delle polemiche dei puristi e di quelle sulla durata tutto sommato me ne infischio, visto che il mio immaginario è soddisfatto dalla vista di Smaug e Tauriel.
Ecco, sarei contento se in Racconto di un ritorno in qualche modo Tauriel riuscisse a salire a cavallo di Smaug: sarebbe il massimo.

domenica 29 dicembre 2013

Impressioni su Dragonero

Dragonero è la nuova serie a fumetti targata Bonelli, che vede la prima incursione della casa nel genere fantasy. Luca Enoch e Stefano Vietti hanno lavorato lungamente su questo progetto, tentando di creare un mondo fantasy credibile nel quale far muovere lo scout Ian Aranìll e i suoi compagni di viaggio. I primi 4 numeri della serie sono stati una lunga presentazione dei personaggi e dei luoghi dove le avventure si svolgeranno. Bisogna dire che su questo ultimo punto Vietti ed Enoch si sono superati: è vero che si possono rintracciare molti i richiami alle opere più conosciute del genere, ma c'è anche molta farina dal sacco dei due prolifici autori. Vediamo solo scorci (magnifici, la città portuale su tutti) dell'immenso Erondar, ma la sensazione (confermata negli albi successivi) è che in ogni storia troveremo paesaggi sempre diversi e sorprendenti.
Molto interessante poi il trattamento riservato alle innovazioni tecnologiche, con la creazione di una gilda apposita - i tecnocrati - e tutta una serie di implicazioni politiche che contribuiscono alla narrazione di un mondo vivo, in continuo fermento, nel quale i rapporti di forza fra le varie razze sono sempre precari.
Lo sfondo "ambientale" della prima storia è dunque di prim'ordine, le note dolenti arrivano a mio giudizio dalla caratterizzazione dei personaggi. I ruoli sono un po' troppo standard per i miei gusti, la compagnia assortita umano-orco-elfo, i battibecchi tra questi, l'apparente condotta senza macchia di Ian sanno un po' troppo di già visto. Così come capire dove andrà a parare la storia e l'identità del nemico si è rivelato fin troppo facile. Nel complesso, comunque una storia più che sufficiente.
Il quinto numero è stato invece quello che più ho gradito. Una storia semplice, di passaggio se vogliamo, ma che nasconde in essa molto più di quanto potrebbe sembrare. La visita di Ian ad Alben finalmente dona al protagonista una graditissima tinta un po' più fosca, a bilanciare la natura di eroe troppo positivo vista finora.Il modo stesso di porsi dello scout nei confronti del mago, nonché il racconto della lotta interiore provata in battaglia, data dalla condizione di Varliedarto, ci restituiscono in poche tavole un personaggio molto meglio caratterizzato che non in quattro interi albi.
La storia in due parti dei numeri 6-7 origina da un imprevisto occorso a Ian e Gmor mentre si recano nelle terre del nord per una missione (storia che comincerà col numero di gennaio). Purtroppo, torna qui uno Ian poco incisivo, i dialoghi sono troppo spesso prolissi e spezzano il dinamismo della storia, viene creata una certa tensione per delle situazioni che poi vengono liquidate in maniera frettolosa, su tutte la resa dei conti con Zefhir. Ora, la copertina del numero 8 lascia buone impressioni, ma fino ad ora lo scout Dragonero somiglia troppo al ranger Tex. Dispiace, perché l'Erondar è un mondo costruito davvero bene, ma se nel giro di quattro-cinque numeri la serie non cambia marcia, ahimé, ritengo che sarà da abbandonare.
Due parole sulla realizzazione tecnica. So di andare controcorrente, ma a me le copertine di Matteoni non piacciono. Le trovo scontate, poco profonde, con colori troppo piatti; interessante solo la copertina del n. 4, molto dinamica ma con quell'ascia a minacciare Ian che serve solo a confondere l'immagine globale. Terribile invece la copertina del n. 6, proprio brutta. Nella realizzazione delle tavole invece Matteoni mi ha sorpreso in positivo, eccezion fatta per il secondo numero, sicuramente non ai livelli mostrati negli altri albi. Anche il design del logo della serie non mi convince, e qualcuno mi dovrebbe spiegare perché costi €3,30 invece dei soliti €2,90 degli albi simili.

The Blacklist

James Spader. Non c'è bisogno di nessun'altra ragione per dare una chance alla nuova serie made in NBC, in Italia sul canale Fox Crime. La puntata pilota è stata piacevole da seguire, principalmente per come è stata scritta: ben ritmata e sufficientemente fracassona  (Carnahan alla regia è una discreta garanzia). Poi per James Spader.
Sinossi in tre periodi: La giovane Elizabeth Keen è al suo primo giorno da profiler dell'FBI. Raymond Reddington, super-ricercato, si costituisce all'FBI. Raymond Reddington collaborerà con l'FBI solo se il suo interlocutore sarà la Keen.
Che c'azzecca? Questo, nelle intenzioni del creatore della serie Jon Bokenkamp, sarà uno dei motori della serie. Il fatto che Reddington sembri sapere parecchio del passato di Lizzy in effetti lascia spazio a molte ipotesi sul rapporto tra i due, starà alla bravura di Bokenkamp sorprendere gli spettatori, anche se in certi frangenti le interazioni tra i due protagonisti ricordano troppo il menàge Hannibal Lecter-Clarice Starling. Si spera anche che il biondo precisino co-protagonista si evolva un po' dallo stereotipo visto nelle prime due puntate, così come si spera che qualche volta nel corso della serie l'FBI si affranchi dall'essere un baraccone di pecoroni agli ordini del deus ex machina Reddington, mentre intriga la side-story sul compagno di Elizabeth.
E poi c'è Spader. Francamente il credito verso questo serial è pressoché infinito se Spader continuerà ad essere nella parte come ha fatto finora. Esattamente cioè come ci si aspetta che un attore della sua caratura interpreti un personaggio sopra le righe come Reddington, tagliato e cucito su di lui. Da tenere in conto, insomma.
Per tutta una serie di motivi questa serie potrà essere godibile o meno, la confezione del prodotto è buona, c'è James Spader, se la scrittura sarà all'altezza forse non si ripeterà l'effetto che mi ha fatto l'anno scorso The Following, abbandonato dopo poche puntate.

Ah, l'ho già detto che c'è James Spader?

venerdì 27 dicembre 2013

Orfani

LE PREMESSE Orfani è giunto in edicola dopo un sapiente lavoro di promozione durato mesi, ad opera soprattutto del creatore della serie Roberto Recchioni, da sempre a suo agio quando si tratta di comunicazione in rete. Avevamo già le descrizioni a grandi linee dei personaggi, il loro aspetto fisico e quello dei loro equipaggiamenti. Conoscevamo già il filone fantascientifico entro il quale il progetto si sarebbe mosso e anche i credits degli autori rispetto ad opere cinematografiche o letterarie. L'hype attorno al progetto è stata sapientemente montata fino a concludersi con un "numero 0" che ha puntato più a coinvolgere pubblico che a impreziosire le bacheche dei collezionisti. Si tratta di una serie che modifica il classico linguaggio bonelliano tanto a livello concettuale quanto visivo.
IL PRIMO NUMERO Il numero 1 si è presentato nella sua confezione di gran qualità rispetto agli standard della casa. La scelta di dividere gli albi in due linee temporali, con un flash-forward circa a metà dell'albo, si rivela una scelta piuttosto azzeccata, perché crea curiosità ed anche perché strizza l'occhio, seppur non pedissequamente, a Lost, dal quale mutua il salto dal passato al presente ma utilizzandolo una sola volta per albo. La scelta di dedicare gli albi successivi all'approfondimento un personaggio per volta è invece lostiana tout-court. La sceneggiatura è snella e scorrevole, disegni e colori sono commoventi per quanto sono curati, ma probabilmente lo sarebbero stati ancora di più se la tipica gabbia bonelliana non fosse così maledettamente presente, penso soprattutto all'assalto al pianeta alieno della seconda parte.
"NON PER ODIO MA PER AMORE" E "PRIMO SANGUE" Numeri dedicati rispettivamente a Juno e Ringo, il primo disegnato da Bignamini ed il secondo da Cavenago. Due storie che cominciano a svelare i personaggi, le loro pulsioni e i loro caratteri. Più riuscito forse "Primo sangue", non fosse altro che per due fattori, anche se forse poco importanti, considerato che la serie è ancora neonata. Ebbene, "Primo Sangue" si presenta con la migliore copertina delle tre ed ha inoltre la storyline del passato più interessante, nella quale l'asticella della tensione viene alzata con decisione. Abilmente illustrato da Cavenago, l'albo si chiude con un discreto cliffhanger che lascia ben sperare per il prossimo numero.
IL FUTURO - MY TWO CENTS Prima di tutto, c'è curiosità per l'edizione speciale Bao, che raggrupperà in corposi volumi di qualità (ovviamente) superiore alla versione da edicola, tre albi alla volta più altro materiale inedito. Per quanto riguarda la bontà del lavoro svolto, penso si possa parlare di un'operazione riuscita. Appare lampante che gli anni di lavoro dietro questo progetto, la cura minuziosa dei particolari, l'invenzione di un mondo, seppur con forti rimandi ora alla fantascienza classica, ora agli archetipi della pop culture, sembra funzionare egregiamente. Le storie si leggono veloci solo se non si presta la dovuta attenzione alle tavole, disegnate e colorate finora in maniera magistrale. Se è vero che il target di Orfani è un pubblico giovane, io che giovane non sono più sto apprezzando tantissimo questa ventata di freschezza narrativa. Certamente, la serie è ancora troppo giovane per poter esprimere un giudizio netto, le impressioni però sono più che positive. Capitolo perplessità. Già detto della gabbia bonelliana per il comparto visivo, dal punto di vista della scrittura mi sento di poter criticare alcune scelte di background dei personaggi che nei primi due numeri si sono mossi un po' troppo sui binari. E' anche vero che con il terzo numero Recchioni ha cambiato un po' marcia, quindi mi aspetto che il trend da ora in poi sia questo.

venerdì 21 dicembre 2012

Lo Hobbit

Con la lettura del romanzo fresca nella mente (l'ho finito la scorsa settimana, a breve attacco col Silmarillion) sono andato a vedere Lo Hobbit con l'attesa tipica di un fan, tanto dell'universo tolkeniano quanto della trilogia di Jackson che ci ha deliziato all'inizio del millennio.

La prima cosa che salta all'occhio (oltre alla straordinaria novità dei 48 fps, per un'analisi della quale vi rimando alla bella recensione di Rrobe) è la differenza di atmosfera. Il racconto di Tolkien colpisce per l'essere nello stilema quasi una fiaba per bambini , mentre mi sembra evidente la volontà di Jackson di restituire un prodotto più "adulto" su celluloide, a parte forse il primo atto, nel quale si respira ancora l'aria del romanzo. In quest'ottica, è condivisibile la scelta di introdurre nuovi elementi, recuperandoli dal resto della produzione tolkeniana, per meglio raccordare le vicende di questa trilogia con la precedente e salvaguardare così l'uniformità narrativa. Condivisibile anche l'introduzione di personaggi totalmente inventati, soprattutto se interpretati dalla meravigliosa Evangeline Lilly (ma la vedremo solo nel prossimo capitolo).

martedì 24 luglio 2012

Super 8

JJ Abrams. Solo per il fatto di aver aver ideato Alias, Lost e Fringe andrebbe idolatrato a vita. 
Difficile perdonargli il tonfo dovuto alla produzione dell'ignobile Cloverfield, che pure ha incassato vagonate di milioni, ha però recuperato con il discreto Mission Impossible III e con l'ottimo reboot di Star Trek.

Super 8 nasce dal sodalizio con quello Spielberg che tanto ci ha fatto sognare negli anni '80, risultando un omaggio a quegli anni e al modo di raccontarli dello stesso Spielberg, a livello di tematiche affrontate (che poi sono carissime anche a JJ, si veda il rapporto padre/figlio, sviscerato in tutte le salse in Lost) ma anche in campo squisitamente stilistico. Sia chiaro che non siamo in presenza di citazionismo fine a sé stesso, piuttosto a un film che mescola abilmente una storia nettamente eighties con le moderne tecnologie visive e un'abilità nella regia fuori dal comune.

martedì 17 luglio 2012

Misfits - prima stagione

Tempo di nuove rubriche per Gutterballs. Fuori tempo massimo, cioè cose non più d'attualità che stimolano comunque la vena postante del Drugo.
Inauguriamo questa nuova etichetta con Misfits, serie della britannica E4 che ha esordito nel 2009 giunta alla quarta stagione (in lavorazione).

La prima stagione, composta da sei episodi, si può vedere praticamente tutta d'un fiato. In essa viene sviluppata la presentazione dei protagonisti, dei ragazzi borderline messi ai servizi sociali che durante una tempesta ottengono misteriosamente dei superpoteri.

La trama si dipana in maniera piuttosto originale: lontana dai sensazionalismi tipici delle storie di supereroi e con un taglio umoristico magnificamente british (a proposito, consigliata la visione in lingua originale), i ragazzi non usano i loro poteri per chissà quale ideale, ma solo per il loro tornaconto personale o comunque per pulsioni individualistiche.

sabato 7 luglio 2012

The Town - Titolo alternativo: Chi l'avrebbe mai detto?

Non sono (ero?) un particolare estimatore di Ben Affleck. Confesso di non conoscerlo benissimo, avendo visto qualche suo film che mi è rimasto più che altro indifferente, anche se le mie sinapsi lo collegano subito al pessimo Paycheck. Ho scoperto, solo dopo averlo visto, che questo The town è il suo secondo film come regista, così come ho scoperto che ha sceneggiato Will Hunting, che ho visto solo recentemente e che pure ho apprezzato. Insomma, uno si aspetta il solito belloccio di Hollywood e invece ti si presenta uno che sa scrivere e dirigere film con perizia. Mah!

giovedì 26 aprile 2012

The Avengers

Supereroi al cinema. Chi, come me, è cresciuto a pane e fumetti sta vivendo un momento d'oro, viste le numerose produzioni, riuscite o meno, riguardanti gli eroi di carta. Per lungo tempo abbiamo dovuto accontentarci del Superman di Richard Donner, poi del Batman di Tim Burton, sganasciandoci per alcune pacchianate riguardanti l'Uomo Ragno. Negli ultimi anni abbiamo avuto soddisfazioni soprattutto dal riuscitissimo reboot di Batman ad opera di Christopher Nolan, poi ci sono state le delusioni (Wolverine) e numerose pellicole senza infamia e senza lode (Lanterna verde). Con The Avengers viene completato un progetto di lungo corso, partito con numerosi ammiccamenti nei film dedicati ai singoli personaggi, e si realizza così il sogno dei nerd, che possono così godere di un film sul gruppo di supereroi più affascinante di sempre (anche se la formazione non è quella originale, chissene). 

lunedì 23 aprile 2012

Black Swan

Il precedente lavoro di Aronofsky, The Wrestler, ci aveva regalato un Mickey Rourke in forma eccellente ed una storia decadente, ma mai stucchevole, di un ex uomo di successo. Con Black Swan il regista statunitense si cimenta con l'ambiente della danza, che al cinema si declina molto spesso attraverso il canovaccio classico della ballerina che attraverso il duro lavoro e con l'aiuto di un amore nato sul palco giunge ad un catartico finale di realizzazione.
Black Swan ci mostra un mondo molto umano, lontano dall'immaginario patinato che siamo abituati ad immaginare. Qui la sofferenza è totalizzante e si manifesta tanto nelle noie fisiche tipiche dello stressante mestiere della ballerina quanto nelle difficoltà psicologiche e di relazione con un ambiente affatto accogliente.

lunedì 2 aprile 2012

Drive


Dammi ora e luogo. E ti do cinque minuti. Qualunque cosa accada in quei cinque minuti ci penso io. Ma ti avverto: qualunque cosa accada un minuto prima e un minuto dopo, te la vedi sa solo. Hai capito? Bene, non mi troverai più a questo numero. 
Questa è la battuta iniziale di Drive e probabilmente è anche il momento in cui il protagonista parla più a lungo.
E' un film molto particolare, questo di Nicolas Winding Refn, miglior regia a Cannes 2011, premio meritato già nei primi dieci minuti del film, magistralmente messi in scena con la sequenza avviata dalla battuta iniziale in una seducente Los Angeles in notturna, coi giochi di campo tra parabrezza e specchietto retrovisore ed i titoli di testa che più 80's non si può, accompagnati del brano d'apertura Nightcall.


giovedì 13 ottobre 2011

Arrietty

Adattamento della collana di romanzi scritta da Mary Norton, Arrietty: il mondo segreto sotto il pavimento, è la nuova fatica dello studio Ghibli, sceneggiata a quattro mani da Hayao Miyazaki e Keiko Niwa, per la regia di Hiromasa Yonebayashi. Racconta le vicende dei “prendinprestito”, una famiglia di minuscoli ometti che vive nelle intercapedini di una villa nelle campagne di Tokyo.

giovedì 22 settembre 2011

It's the end of the world as we know it (and I feel fine)

Il tempo passa, le stagioni si susseguono, i gruppi rock si sciolgono.
E' finita la carriera dei R.E.M. (o degli AR. I. EM., fate voi). Il gruppo di Athens, dopo trent'anni passati a calcare i palchi di tutto il mondo (di cui 14 anni senza il batterista originario Bill Berry), ha terminato la carriera con un comunicato sul sito ufficiale della band.

Quando è uscito Out of time avevo 14 anni, e Losing my religion è stato anche per me un inno generazionale. Poi il trittico Automatic for the people, Monster e New adventures in Hi-fi, ognuno con uno stile proprio, impossibile non capire al volo a quale disco apparteneva una canzone.

giovedì 15 settembre 2011

Crazy, stupid, love

La vita di Cal Weaver scorre tranquillamente: sposato con l’amore del liceo, i figli, un buon lavoro. Ma quando la moglie Emily gli confessa un tradimento col collega David e gli chiede il divorzio, si ritrova catapultato in un mondo che non ha mai conosciuto, quello del single. Ecco allora che viene in suo soccorso l’aitante Jacob, che lo introdurrà nel mondo dei donnaioli. 
Crazy, stupid, love è il secondo film da registi della coppia Glen Ficarra e John Requa, si tratta di una commedia incentrata sull'amore, in molte delle forme che questo sentimento può assumere. Dalla crisi matrimoniale di Cal ed Emily al primo, grande amore del piccolo di casa Weaver, Robbie, infatuatosi della babysitter, fino alle avventure amorose dell’infallibile Jacob. 

venerdì 17 giugno 2011

Kung Fu Panda 2

 Alla fine di Kung Fu Panda avevamo lasciato Po assurto al ruolo di Guerriero dragone, al termine di un percorso che gli aveva permesso di realizzare, contro ogni aspettativa, il sogno della sua vita. In questo secondo capitolo il golosissimo panda dovrà fare i conti contro una minaccia più grande del pur fortissimo Tai Lung: sembra infatti che il terribile Shen e le sue armi distruttive siano una minaccia non solo per Po, ma per il kung fu stesso.
Con Kung Fu Panda 2 la produzione ha deciso di affidarsi alla esordiente alla regia Jennifer Yuh Nelson, che nel primo episodio ricopriva molteplici ruoli tra cui direttore delle scene oniriche. Conferme invece per tutti i doppiatori, dal vulcanico Jack Black (Po) ad Angelina Jolie (Tigre), passando per Jackie Chan (Scimmia), con l’aggiunta di un mostro sacro come Gary Oldman nei panni del malefico pavone Shen.
Non è facile sfornare un sequel all’altezza dopo un trionfo planetario, ma la Dreamworks, nonostante la pressione di dover bissare il successo del fortunato esordio, ha centrato l’obiettivo. Fortunatamente il film non gioca sulle stesse tematiche del suo predecessore, anzi innova, cerca di innalzarsi su livelli più alti. Non è un caso che nella prima parte non si rida così tanto. Il tema della ricerca delle proprie origini, spesso abusato, qui è rappresentato in maniera onesta e delicata nonostante fosse chiaro sin dal primo film che un’oca difficilmente avrebbe potuto generare un panda! L’azione si gioca quindi sull’alternanza tra la minaccia esterna di Lord Shen e l’impellenza per Po di terminare questa sua personalissima indagine, fino allo snodo finale, quando se ne vedranno davvero delle belle.
Le sequenze dei flashback di Po sono magistrali (e in 2D), ma dal punto di vista tecnico non si può fare nessun appunto, nonostante chi scrive non sia proprio un sostenitore del cinema in tre dimensioni. Gli sceneggiatori hanno potuto lavorare più a fondo sui Cinque Cicloni, caratterizzandoli anche in maniera più che sufficiente, considerato che probabilmente ognuno di questi personaggi potrebbe tranquillamente avere uno spin-off. Le sequenze di combattimento sono spettacolari e corali: ora che Po padroneggia l’arte del combattimento è davvero divertente vederlo guerreggiare assieme ai colleghi.
Un ritmo non sempre incalzante e qualche battuta un po’ scontata non bastano ad inficiare la pellicola nel suo complesso: sarà un piacere per i grandi accompagnare i più piccini a vedere Kung Fu Panda 2. Una piacevole conferma per un franchise che, come il finale lascia intuire, non finirà qui.

martedì 7 giugno 2011

London Boulevard

Mitchell ha appena finito di scontare due anni di reclusione per una rissa finita male ed è desideroso di vivere da lì in poi una vita il più possibile tranquilla. Appena fuori cerca quindi un modo di sbarcare il lunario e lo trova finendo a lavorare come factotum presso una schiva attrice di successo. Al contempo, però, i fantasmi del passato riemergono a disturbare la sua ricerca di redenzione. William Monahan , già premio Oscar per la sceneggiatura di The Departed, esordisce dietro la macchina da presa con London Boulevard, storia a tinte noir tratta da un romanzo di Ken Bruen. Se avete già dato un’occhiata al giudizio avrete intuito che questa opera prima non fa gridare al miracolo, ma rimane piuttosto nel limbo di quelle pellicole che se la cavano senza infamia e senza lode per non aver espresso appieno le proprie potenzialità. “Heart full of soul” degli Yardbirds come sottofondo dei dinamici titoli di testa suggerisce le atmosfere che si respireranno per tutto il film: Monahan ha messo in scena ottimamente una Londra periferica, poco patinata, rendendo a tutti gli effetti la città una protagonista essenziale della pellicola. La storia si compone di diverse sottotrame, che andranno a dipanarsi per poi essere risolte tutte nel concitato finale, il risultato però non è soddisfacente perché, oltre alle carenze evidenti di ritmo, molti passaggi appaiono troppo forzati o al contrario stiracchiati, disorientando lo spettatore e lasciando un senso di confusione. Inoltre, alcuni tratti dei personaggi appaiono un po' troppo stereotipati e conseguentemente vi sono dei comportamenti fin troppo prevedibili per un film di questo genere. 
Nulla da dire invece sulle prove attoriali, Colin Farrell è a suo agio nella parte di Mitchell, così come l'incantevole Keira Knightley rende bene le ansie dell'attrice travolta dal suo successo. David Thewlis, già visto nei panni del professor Lupin nella saga di Harry Potter, si staglia sugli altri anche per il ruolo dissacrante che ricopre. Il problema è quindi nelle promesse non mantenute: sebbene London Boulevard sia tecnicamente un prodotto di buona fattura, accompagnato tra l'altro da una colonna sonora davvero degna di nota, delude nel complesso, a causa delle citate pecche a livello di racconto. Come esordio, però, non c'è male, e attendiamo volentieri Monahan al varco per il prossimo film.

mercoledì 6 ottobre 2010

Innocenti bugie

Se pensate che Innocenti bugie sia il solito, trito e ritrito action-movie con agente segreto in fuga e bella ma inconsapevole signora al seguito, beh… ci avete azzeccato!
Il nuovo lavoro di James Mangold (Ragazze interrotte e il più recente Quel treno per Yuma tra i suoi lavori migliori) è esattamente quello che ci si aspetta, e questo è il suo pregio più grande.

La storia prende le mosse dall’aeroporto di Wichita, dove i due protagonisti si incontrano casualmente (?). Cruise interpreta Roy Miller, un agente segreto in fuga dai suoi stessi colleghi, mentre Cameron Diaz è l’appassionata di auto d’epoca June Havens, in Kansas per via dei prezzi convenienti di marmitte e carburatori. I due salgono sullo stesso aereo, Miller è costretto a far fuori l’equipaggio, composto da spie, tanto può farlo atterrare lui in aperta campagna. Vista assieme al pericoloso Miller, Jane viene presa in consegna dalla CIA che pare non avere rosei progetti per lei, ma ci penserà Roy a liberarla e a cominciare con lei una lunga avventura per proteggere il misterioso Zefiro.

Solita, pessima traduzione dell’originale Knight and Day, Innocenti bugie svela da subito quel che vuole essere: puro intrattenimento. E in questo riesce benissimo. La trama è leggera e prevedibile, i personaggi sono stereotipati ma simpatici, le scene d’azione sono ben studiate. La mano di Mangold è leggera al pari della trama, lasciar fare ai protagonisti in questi casi è meglio. Il motivo? Tom Cruise è una garanzia quando si parla di film d’azione, e anche qui il quasi cinquantenne non sfigura neanche nelle scene più adrenaliniche, come allenamento per Mission Impossible 4 non c’è male. Anche Cameron Diaz riesce a cavarsela nei panni della ragazza della porta accanto che viene catapultata in un intrigo internazionale, così come Peter Sarsgaard interpreta senza infamia e senza lode il più classico degli antagonisti da spy story.

Del resto non sono tanto le prove attoriali o registiche a dare spessore a questo tipo di pellicola, quanto piuttosto il ritmo e la capacità di divertire. Da Boston a Siviglia, passando per Salisburgo, non ci si annoia mai; l’ironia e la piacevole sicumera di Roy e le crisi di June strapperanno più di una risata, sino all’happy end d’ordinanza.
Pur non aggiungendo assolutamente nulla a qualsiasi film del genere che abbiate già visto, Innocenti bugie riesce nella non sempre facile missione di far trascorrere un paio d’ore scarse di divertimento, giusto il tempo di finire i popcorn.

venerdì 28 maggio 2010

Destiny found

The end. Semplice. Cristallino. Un titolo che è uno spoiler, un finale degno per un capolavoro assoluto di fiction. The end, l'epilogo di un "telefilm" che ha scosso il pianeta come non succedeva dai tempi di Twin Peaks. Un evento per il quale, per la prima volta, buona parte degli italiani cresciuti a pane e Ferruccio Amendola ha deciso di guardare l'ultima puntata senza capirci una mazza, in lingua originale senza sottotitoli. Basterebbe solo questo a dare la giusta dimensione a questa pietra miliare di questo primo scorcio del nuovo millennio.
Non fatevi traviare dalla marea di delusi che impreca sui forum solo perché non ha visto spiegato qualche particolare o perché qualche mistero è rimasto insoluto.
Come per tutte le puntate, come per ogni singola sequenza di quest'opera ci sono fondamentalmente due diverse chiavi di lettura, a loro volta stratificate in diversi piani di comprensione. Fin dai primi episodi Lost non è stato un serial qualunque: ha saputo contrapporre due diverse visioni del mondo facendo sì che le loro incarnazioni, Jack e John, Man of science e Man of faith, potessero confrontarsi su più livelli. Dalla "semplice" modalità di proteggere i losties fino al modo di approcciare the others, passando per altri mille territori di scontro, abbiamo assistito per sei stagioni a qualcosa di epico, fino al bellissimo e catartico finale.
Credo che i delusi siano tutti men of science, alla febbrile ricerca di una didascalia che potesse loro spiegare, per esempio, quali poteri avesse Walt o perché bisognasse inserire i fatidici 4,8,15,16,23,42 alla stazione Swan. Molte, moltissime risposte sono state date, ma questo tipo di spettatori non ha comunque saputo seguire l'esempio di Jack, uomo di scienza per eccellenza, che ad un certo punto è tornato sui suoi passi per compiere una scelta legata al destino, concetto che nelle prime stagioni ripudiava con tutto il suo essere.
E rimangono sordi anche alle raffinate incursioni di teoria quantistica che abbiamo potuto apprezzare soprattutto nella scorsa stagione grazie al personaggio di Daniel Faraday e a quello che di sicuro è uno dei migliori episodi di qualunque show televisivo di sempre: The constant. Tutto si può dire tranne che fossero state inserite dagli autori solo per allungare il brodo. Sì, perché gira in rete una "ricostruzione" secondo la quale Lost sarebbe andato avanti ad inerzia, con gli autori brancolanti nel buio dopo due stagioni, impegnati a mendicare pacchetti di 48 episodi alla abc che voleva invece chiudere la serie. Sembra una tesi assurda, tenuto conto del fatto che nei 114 episodi della serie non riesco ad individuare clamorosi buchi di sceneggiatura, che anzi trovo maledettamente coerente. OK, se il problema è da dove viene la statua con quattro dita dico che posso iopotizzare che l'isola sia stata abitata da diverse civiltà; se un buco di sceneggiatura è rappresentato dal fatto che un brigantino non può arrivare con un'onda anomala fin dentro la giungla, mi arrendo.
Con questo non voglio dire che non ci siano stati cali di tensione, specialmente dopo le prime tre stagioni, ma ritengo che all'interno di un'opera tanto maestosa sia quasi fisiologico.
Bando alle polemiche, le quali comunque hanno rappresentato un altro carattere di unicità di Lost (non si riesce a quantificare il numero blog e forum dedicati; primo show con una partecipazione del popolo del web così massiccia da creare contenuti appositi: ricordate la Lost experience e Find 815?) torniamo a parlare della serie. 
Difficilmente abbiamo visto o vedremo una fiction con una caratterizzazione dei personaggi così articolata e profonda, il finale è stato commovente proprio per questo: chi ha seguito le peripezie dei protagonisti lungo sei anni non può non sentire questi personaggi come una gruppo di amici. Vedere un amico come James (forse il mio personaggio preferito) riabbracciare la sua Juliet e ripetergli la stessa battuta di quando l'aveva persa ti strappa la lacrimuccia per forza. Ho scritto James perché non ha nulla a che vedere con il Sawyer della prima stagione, sono due personalità differenti eppure entrambe amabili. 
Jack, leader che sente il peso di esserlo, John e il suo rapporto speciale con l'isola, l'imperscrutabile Ben, il sorprendente Hugo, Kate, redenta a fine serie dalla sua proverbiale volubilità, per non parlare di Desmond...ognuno di questi personaggi potrebbe essere la punta di diamante di qualsiasi altro serial e invece qui li abbiamo tutti insieme, magistralmente delineati nelle prime tre stagioni e poi messi a sfidare il destino nelle ultime tre. Personaggi di tale spicco meritavano attori capaci di interpretarne ogni sfumatura, e così è stato (fatevi un favore: guardatelo in lingua originale qualora non l'abbiate già fatto): Terry O'Quinn e Michael Emerson li metto prima di tutti, ma è difficile trovare qualcuno non all'altezza della situazione, tanto nel nucleo originario quanto nei characters inseriti in corso d'opera.
The end. Lost comincia con un occhio che si apre e termina con un occhio che si chiude, il "motto" della serie potrebbe essere live together, die alone, ma nell'ultima puntata scopriamo quanto sia falso. Nella sua complessità Lost ci ha fatto riflettere su cose semplici, ma tutt'altro che banali: amore, fedeltà, amicizia, sacrificio. E per questo è stata un'esperienza unica che ci mancherà terribilmente.

martedì 27 aprile 2010

Iron Man 2

Una delle cose più importanti per un supereroe è quella di mantenere segreta la propria identità. Invece Tony Stark, narcisista fino al midollo, ci aveva lasciato mentre rivelava al mondo di essere lui Iron Man, contravvenendo a questa regola aurea. Ed è proprio da questo “coming out” che prende le mosse il secondo capitolo della saga: pare, infatti, che in qualche modo la tecnologia da cui è nata potente armatura non sia proprietà intellettuale esclusiva della famiglia Stark; Ivan Vanko (Mickey Rourke), mosso dalla sete di vendetta, sarà la nemesi di Tony Stark alias Iron Man.

Jon Favreau torna dietro la macchina da presa (nonché nel cast, sempre nei panni di Harold Hogan) e confeziona questo Iron Man 2, che molto probabilmente ripeterà il successo del primo capitolo, essendo sia gli ingredienti vincenti (azione e ironia) che i difetti (eccessiva lunghezza, poca introspezione) mutuati dal predecessore.
Fin da subito l’attenzione si concentra sull’istrionicità del protagonista, più che sull’alter ego supereroe. I problemi con l’impianto a palladio nel petto esasperano infatti il lato egocentrico di Tony Stark, portandolo a scontrarsi con le persone a lui più vicine: Pepper Potts (la sempre brava Gwyneth Paltrow) e Rhodey.
Queste tensioni sono il motore della storia per una buona fetta della pellicola, in verità la parte centrale è davvero troppo lunga e noiosa e mina decisamente l’attenzione dello spettatore. Si sobbalza giusto quando entra in scena la sempre fascinosa (anche coi capelli scuri) Scarlett Johansson, ma il suo personaggio viene tenuto troppo a lungo in freezer e così decolla veramente solo nel concitato finale. Lo stesso trattamento viene riservato a Ivan Vanko il quale, seppur poco carismatico come nemico, avrebbe meritato un po’ di approfondimento in più, anche per sfruttare la buona vena di Mickey Rourke. Le sequenze d’azione sono ben curate e risultano sempre spettacolari, la presenza di Whiplash e dei droni di Justin Hammer, del tutto simili ad Iron Man quanto a poteri, rendono gli scontri particolarmente adrenalinici; memorabile la scena di combattimento con protagonisti Natasha Romanoff e Happy Hogan!
Robert Downey Jr sembra nato per incarnare personaggi di alto spessore: dopo Sherlock Holmes eccolo regalare al pubblico un personaggio davvero bizzarro e singolare; senza dubbio Iron Man non sarebbe stato lo stesso senza la sua interpretazione.

Interessante l’introduzione di Nick Fury, interpretato da Samuel L. Jackson, che anticipa i nuovi progetti cinematografici della Marvel (I Vendicatori) e che aggiunge un po’ di pepe in quella mezz’ora che, come detto, è il grande difetto della pellicola assieme ad una scarsa attenzione ai comprimari. Di buono però c’è abbastanza (chi ha detto colonna sonora?), Iron Man 2 si prende poco sul serio e diverte, si poteva però fare di più.

mercoledì 10 febbraio 2010

Codice Genesi

In uno scenario post-apocalittico, Eli (Denzel Washington) attraversa a piedi l'America con una missione. Sul suo cammino incontrerà molte persone e quando giungerà alla comunità guidata da Carnegie (Gary Oldman), il quale si dedica con accanimento alla ricerca di un particolare libro, dovrà combattere per portare a termine il suo compito.

I fratelli Hughes tornano a girare un lungometraggio dopo il successo di From Hell con questo Codice Genesi, inspiegabile traduzione dell’originale The book of Eli. Se nelle stradine dell’East End, a raccontare la storia di Jack lo squartatore, i due fratelli sembravano trovarsi a proprio agio, di certo non lo sono nelle vaste lande di un’America ridotta ormai ad un interminabile deserto, dopo le catastrofi di una non meglio precisata guerra.
Intendiamoci: visivamente, grazie anche alla fotografia di Don Burgess, la pellicola non è male, si lascia anzi apprezzare. Il problema è tutto il resto.
La storia, prima di tutto, è moscia. Tolti i primi minuti, che in verità promettono molto, non accade praticamente nulla per tutta la durata del film, fatti salvi i soliti scontri (all’arma bianca e non) che il buon Eli ovviamente non fatica a portare a casa neanche contro dieci avversari.
C’è Carnegie, che non contento di essere il signorotto locale vuole ergersi a dominatore del mondo grazie a un libro, merce ormai rarissima in un mondo dove si uccide per un paio di scarpe. Guarda caso questo speciale libro il cui titolo non viene mai nominato è lo stesso che, trent’anni prima (sic!), una misteriosa voce ha affidato ad Eli, che da allora va verso Ovest (sic!) in cerca di qualcosa che rimane indefinito anche per lui.
A condire il tutto c’è la pupattola di turno, che fa capire al protagonista quanto si stesse allontanando dagli insegnamenti di quel libro (chissà di quale libro si tratta…) che si ostina a proteggere da tutto e da tutti. Basta, non c’è altro, a parte il solito eroe che va passeggiando nel deserto con una pallottola in pancia come se nulla fosse.
Neanche la sorpresa sul finale riesce a risollevare le sorti di un lavoro nettamente mediocre. Mediocri sono anche le interpretazioni dei protagonisti, e da due mostri sacri come Washington e Oldman ci si aspetta certamente di più che non lo scimmiottamento dei tipici cliché dei ruoli. Un peccato, perché visto il materiale a disposizione, questo Codice Genesi poteva essere ben altro film. Ma qui, dispiace dirlo, è proprio l’idea di base che manca.

mercoledì 20 gennaio 2010

Review: Cosmic egg


Devo dire che aspettavo con un po' di impazienza la seconda fatica dei Wolfmother, gruppo di cui Gutterballs si è occupato qualche tempo fa. Le cose sono cambiate, nella band: il trio è diventato un quartetto, ma il solo Andrew Stockdale è rimasto dalla formazione originale. Purtroppo, questo secondo album esaspera tutti i lati negativi  che la band aveva palesato già nel primo disco. L'originalità continua a latitare e dopo quattro anni di silenzio non è un buon segno. Va bene stare in scia agli Zeppelin o a Ozzy, ma a tutto c'è un limite. Inoltre mancano quasi completamente quei pezzi "da singolo" che trainavano il disco d'esordio.
Qui c'è una raccolta di canzoni per lo più ascoltabili, con punte di eccellenza nella canzone che dà il titolo all'album e un paio di buoni episodi come Far Away, ma di contro c'è In the morning che per buona metà sembra un singolo degli Oasis:sembra di impazzire ma per fortuna il pezzo si risolleva nel finale, vedere per credere.

Insomma, aspettative deluse per un gruppo che poteva essere ben altro. Un lavoro mediocre e sicuramente prescindibile, peccato.

Tracklist:
1. California Queen
2. New Moon Rising
3. White Feather
4. Sundial
5. In The Morning
6. 10,000 Feet
7. Cosmic Egg
8. Far Away
9. Pilgrim
10. In The Castle
11. Phoenix
12. Violence Of The Sun

venerdì 30 ottobre 2009

Dieci inverni

Dieci inverni, opera prima di Valerio Mieli, racconta della storia di Camilla e Silvestro attraverso un lungo periodo definito dallo stesso regista come “prologo” di una vera e propria storia d’amore. Del resto i due s’incontrano giovanissimi sul vaporetto per Venezia, entrambi andranno all’università, Camilla ha le idee chiare e Silvestro un po’ meno, ma pare che la scintilla tra i due scocchi subito. Dovranno comunque percorrere i dieci anni del titolo per vedere il loro sentimento definitivamente realizzato.
Il difetto più evidente della pellicola risiede certamente nella sceneggiatura, piegata alle esigenze della storia in maniera poco fluente e credibile a partire dall’incontro tra i due protagonisti. Analizzando il comparto tecnico, invece, possiamo fare un rilievo alla fotografia a tratti un poco scialba. Nonostante queste pecche il risultato è un film onesto e piacevole da vedere, specialmente per merito delle interpretazioni della bella Isabella Ragonese, una Camilla timida e introversa, e di Michele Riondino nei panni del simpatico e spavaldo, ma solo all’apparenza, Silvestro.
Tra Venezia e Mosca, convivenze e lunghe separazioni, affetto e gelosia, vedremo questi due caratteri così diversi condividere più o meno intensamente quello che viene indicato come il periodo più bello dell’esistenza. E che magari lo è, ma è anche il periodo dell’apprendimento sulla propria pelle del significato della sofferenza, causata spesso da errori dovuti al troppo orgoglio tipico di caratteri poco smussati. Quando, dopo i dieci inverni arriva, metaforicamente e realmente, il primo timido scorcio di primavera, gli spigoli sono arrotondati e un amore è pronto, idealmente, a prendere definitivamente forma.
Abbastanza ritmato e ben recitato, il primo lavoro di questo giovane cineasta può far ben sperare per il futuro, ammesso che Mieli si affranchi un po’ da una regia abbastanza scolastica (ed essendo un esordio non poteva essere altrimenti) ma non priva di soluzioni interessanti.

giovedì 22 ottobre 2009

Inglorious basterds


Finalmente, dopo lunga astinenza, ritorna Tarantino al cinema. Due anni non sono tanti, si obietterà, ma va detto che chi scrive non ha apprezzato Deathproof, al punto da coltivare l'idea che Quentin avesse definitivamente ceduto al citazionismo fine a sé stesso.
Con l'animo tormentato mi sedevo quindi in poltrona, ma già dopo il primo dei cinque capitoli che compongono il film, sfoggiando un largo sorriso mi sono detto: Tarantino è tornato! Il solo primo capitolo infatti varrebbe già il prezzo del biglietto: Cristoph Waltz nei panni del colonnello Hans Landa è uno spettacolo a vedersi  e a sentirsi (e qui scatta un piccolo appunto sul doppiaggio: questo è un film da  gustare assolutamente in lingua originale) ed è un classico Tarantino quello che lascia montare lentamente la tensione utilizzando "solo" un lunghissimo dialogo.
Il racconto si svolge attraverso due distinti fili narrativi, facciamo prima conoscenza di Shosanna Dreyfus e poi dei Bastardi del titolo, successivamente le due trame vengono sapientemente intrecciate fino a dipanarsi solamente nello splendido finale, quando viene praticamente riscritta la Storia, quella con la s maiuscola. Anche nel corso della pellicola però c'è un certo senso di capovolgimento dei ruoli: pensare ai Bastardi, ebrei che rispondono colpo su colpo alle angherie naziste, che alla bisogna s'imbottiscono di dinamite...di questi tempi non è male!

Le scene più pulp sono proprio quelle che vedono protagonista il gruppetto agli ordini di Aldo Raine (Brad Pitt, altra splendida interpretazione) ma sono come al solito i lunghi dialoghi a muovere la storia, lasciando alle scene più movimentate, compreso il caro Mexican standoff , il compito di  risolvere le situazioni troppo ingarbugliate oppure di far allontanare gli spettatori dallo stomaco debole (sic! due miei vicini di poltrona sono scappati a metà film...dilettanti!). Tenendo da parte ovviamente l'evoluzione della storia, la ricostruzione del periodo della seconda guerra mondiale appare minuziosa, soprattutto per mezzo di piccoli, convincenti particolari come ad esempio lo spirito di osservazione dell'ufficiale SS nella sequenza della locanda.
Già detto di Waltz e Pitt, c'è da aggiungere che anche le altre interpretazioni non sfigurano, soprattutto per quanto concerne la protagonista Mélanie Laurent e l'elegantissima Diane Kruger nei panni della diva Bridget von Hammersmark.
Eccellente il commento musicale, da segnalare la bellissima Cat people di David Bowie che da sottofondo musicale assurge a vera e propria protagonista in quella che forse è la scena più significativa del film.
Nell'ultima sequenza Tarantino lancia la questione se questo Inglorious basterds possa essere il suo capolavoro, comunque la si pensi questa rimane una pellicola eccellente sotto ogni punto di vista, non a caso il racconto è in buona parte metacinematografico, ossia viene creato cinema raccontando il cinema stesso.  Significativo anche il fatto che nonostante le due ore e mezza di durata, l'attenzione non scema praticamente mai e ai titoli di coda manca poco che non si gridi:"ANCORA" ANCORA!" come ai concerti. Insomma, un film che lascia il segno per i devoti come il sottoscritto, ma che non mancherà di entusiasmare anche i non tarantiniani.

giovedì 7 maggio 2009

Star Trek

Ritorna al cinema la saga di Star Trek, che nella sua versione televisiva ha raccolto milioni di fan in tutto il mondo nel corso di quarant’anni e svariate serie. Dal 1979 in poi, inoltre, ben 10 pellicole si sono susseguite sul grande schermo. Era giunto il momento quindi di dare un sapore nuovo a questo logoro brand, ed ecco che in soccorso della Enterprise è arrivato dietro la macchina da presa il vulcanico J.J. Abrams, con al seguito il fido Damon Lindelof alla produzione (Lost vi dice qualcosa?) e alla scrittura la premiata ditta Orci&Kurtzman (Alias, Transformers).

Dopo tante storie raccontate, Abrams ha pensato bene di ripartire da zero, mostrandoci gli eventi che hanno portato il capitano Kirk e il vulcaniano Spock a compiere i famosi viaggi interstellari alla ricerca di nuovi mondi. Il film si chiama, appunto, semplicemente Star Trek, senza sottotitoli, a rimarcare proprio la (ri)nascita di una saga che potrebbe, visto il risultato, ripartire alla grande.
Questi quattro moschettieri sono infatti riusciti a sfornare due ore di divertimento puro: azione serrata e spettacolari effetti speciali sono solo strumentali ad una storia intrigante, che dopo il drammatico prologo si incentra sulla conflittualità dei due personaggi principali, raccontandone in parallelo la crescita, dall’infanzia sino al loro difficoltoso sodalizio. Nel viaggio inaugurale della celeberrima U.S.S. Enterprise i protagonisti dovranno fare i conti con i desideri di vendetta (scopriremo poi generati da che cosa) del lugubre romulano Nero, interpretato da Eric Bana.

Perfettamente nel ruolo gli attori, con Chris Pine (Kirk) che scongiura il rischio di interpretare la parte del belloccio di turno e Zachary Quinto che sembra vulcaniano di nascita. Grazie ad un sapiente uso dell’ironia anche i comprimari, su tutti Scotty (Simon Pegg) e Karl Urban che interpreta il burbero dottor McCoy, non sfigurano affatto: le situazioni divertenti che si vengono a creare spezzano la tensione dando al film un taglio quasi da commedia. Lo stesso Leonard Nimoy (lo Spock della serie originale) è stato introdotto nella trama in modo tutt’altro che banale, ad ulteriore riprova del buon lavoro svolto in sede di sceneggiatura, alla quale si può imputare forse una scarsa caratterizzazione dei villains, peccatuccio per il quale si può tranquillamente chiudere un occhio.

Questo nuovo corso di Star Trek farà certamente breccia sia tra i neofiti sia tra coloro i quali, come chi scrive, non sono del tutto digiuni di viaggi a curvatura. Rimane da sciogliere il nodo della reazione dei fan duri e puri. Resta il fatto che J.J. Abrams ha diretto un divertissement di qualità, considerata l’importanza del brand e le sue ultime, trascurabili incarnazioni, questo è già un ottimo risultato.

giovedì 30 aprile 2009

X-Men le origini: Wolverine

Per i fan della bella trilogia dedicata agli Uomini-X, l'appuntamento con lo spin-off su Wolverine rappresenta un vero e proprio must. Così come i colleghi della serie a fumetti, gli amanti degli X-Men su celluloide si sono facilmente appassionati al burbero Logan, intrigati dal modo di essere di questo eroe-antieroe e soprattutto dal suo misterioso passato. Così lo stesso Hugh Jackman ha messo i panni del produttore, oltre che di Wolvie, affidando a Gavin Hood la regia e circondandosi di un buon cast di comprimari per realizzare quello che è un vero e proprio prequel della saga.
Si racconta infatti della lunghissima vita di James Howlett a cavallo di un secolo, a fianco del “fratello” Victor Creed/Sabretooth (un Liev Schreiber decisamente in forma), fino agli eventi che lo hanno trasformato nell’essere indistruttibile e dagli offuscati ricordi che ben conosciamo.

Nel mondo dei fumetti il tema del passato di Wolverine è stato affrontato, tra gli altri, in un capolavoro del genere: Arma X, testi e disegni di Barry Windsor-Smith. Al contrario di quanto avviene sullo schermo, qui viene dato gran risalto all'esperimento vero e proprio, al crudele modo in cui vengono scatenati gli istinti bestiali di Logan. Comprendiamo che sviluppare anche il film secondo una chiave di lettura del genere avrebbe significato trovarsi in mano un risultato completamente diverso, claustrofobico e tutt'altro che action, ma rimane l’amaro in bocca quando molte situazioni, potenzialmente centrali per lo sviluppo della storia e del personaggio principale, vengono risolte con semplicismi.

Paradossalmente, in una pellicola che avrebbe dovuto concentrarsi molto su Wolverine, la psicologia del protagonista non viene quasi mai messa in risalto, lasciando a volte maggiore spazio al rivale Sabretooth. Ancorché sufficiente nel complesso, il film scorre via senza sbalzi, in un piattume generale che lascia abbastanza frustrati. In verità al termine del breve prologo (che rimane la parte più riuscita) le aspettative sono piuttosto elevate, ma ben presto queste buone sensazioni lasciano posto al disincanto. Nella prima parte l'attenzione cala per via di un mix di ritmo lento e scrittura frettolosa, nella seconda si punta invece eccessivamente sull'action, che risulta anche gradevole (pur non facendo gridare al miracolo) ma che lascia davvero poco all'uscita dalla sala.

Rimane quindi la sensazione di un’opportunità malamente sprecata. Si poteva (doveva) fare di più per un personaggio con queste potenzialità e per un brand cinematografico che, fino a questo episodio, nel genere degli eroi di carta che passano alla celluloide era certamente fra i più riusciti.

lunedì 23 marzo 2009

Gran Torino

Walt Kowalski è un veterano della guerra in Corea, ha perso la moglie, odia i suoi vicini musi gialli, odia i giovani, odia i neri. Walt Kowalski beve birra, si confida solo con la sua labrador Daisy, ha per amico un barbiere impasta-pizza italiano e ama la sua Ford Gran Torino.
Mai sinossi fu tanto semplice quanto completa. E mai capolavoro fu tanto semplice, quasi scontato nella trama, quanto profondo e persistente anche trascorsi giorni dalla visione. E' un film che lascia dei segni, per il modo schietto e brutale col quale affronta quei temi scottanti con cui noi stessi ci confrontiamo quotidianamente. Gli strumenti che abbiamo non funzionano per cavarsela in quest'epoca di Meltin' pot forzato, i ragazzini non li capisce nessuno, la religione fatica a svolgere il suo ruolo storico. Kowalski se ne frega, dalla veranda sputa e beve litri di birra, la sua casa è un gioiello in mezzo alle altre, nessuna coupè con gli alettoni regge il confronto con la sua Gran Torino e non c'è attrezzo o utensile che non possegga. Kowalski ha le idee chiare ma deve convivere con gli orrori della guerra, è ancora in trincea e chiunque gli si avvicini viene aggredito.
Ma saranno proprio gli odiati vicini, giovani e asiatici a smuoverlo dalle sue granitiche convinzioni. Thao e Sue (Ahney Her, al convincente esordio), due ragazzini, mettono in moto qualcosa nell'animo di Kowalski e qui c'è un altro pilastro della società che vacilla: la famiglia.
O meglio, può essere definita famiglia quella coi figli insensibili ed egoisti, da lui stesso allontanati, e i nipoti che aspettano che tiri le cuoia per beccarsi una Gran Torino fiammante? Allora è normale che Walt trovi punti di contatto fra sé e la famiglia di etnia Hmong, ancora legata a rituali tipici delle famiglie tradizionali.
Ed ecco che il burbero comincia a sciogliersi a colpi di cibo asiatico e a dismettere la corazza, per poi rimetterla prontamente quando il gioco si fa duro. Così si procede alternativamente, con Kowalski che ora si dà anima e corpo per il bene dell'introverso Thao, introducendolo nel suo mondo schietto e onesto, ora mette i panni del giustiziere.
Il finale, purificatore e risolutore, giunge puntualmente e il ciclo del film si chiude di nuovo in chiesa, sino all'ultimo (prevedibilissimo) colpo di coda e alla chiusura col marchio di fabbrica dei capolavori di Eastwood: la canzone sui titoli di coda la scrive lui.

Penso non sia facile scrivere di questo film. Ho riflettuto a lungo e discusso, mi sono confrontato con altri. Mi piace citare la frase "questo non è un film" perché riassume perfettamente quello che mi è rimasto dopo la visione. Cioè, siamo oltre la valutazione della storia in sè e delle sue facilonerie comunque intriganti perché siamo oltre il cinema. Questo è un capolavoro assoluto che si serve del racconto cinematografico solo come catalizzatore per veicolare dei messaggi come fosse una fotografia diluita in due ore. Una fotografia epica ed epocale.

mercoledì 18 marzo 2009

La verità è che non gli piaci abbastanza

Tratto dall’omonimo bestseller di Greg Behredendt e Liz Tuccillo, già sceneggiatori del fortunato serial Sex and the city, La verità è che non gli piaci abbastanza racconta le trame sentimentali di un gruppo di amici di Baltimora, alle prese con gli equivoci e le ambiguità tipiche delle storie d’amore (americane).
Dopo la vivace introduzione, nella quale viene esplorato il senso del titolo, vengono presentati tutta una serie di “tipi” di personaggi, dalla sognatrice all’indecisa, dal marito ideale al fedifrago, e le varie relazioni che possono intercorrere fra essi. In verità forse sarebbe meglio parlare di “stereotipi”, vista la superficialità nella caratterizzazione e la prevedibilità delle situazioni. Per carità: il film strappa anche più di una risata, ma rimane molto lontano dal carisma di pellicole che, pur senza troppe pretese, risultano comunque frizzanti e godibili: pensiamo a Quattro matrimoni e un funerale, ma anche al più recente Love actually.
Nella pletora di personaggi, colei che fa da spina dorsale alla storia è sicuramente Gigi (Ginnifer Goodwin), è con lei che la pellicola apre ed è con lei che chiude, e sono soprattutto i suoi atteggiamenti da tredicenne un po’ troppo cresciuta a stancare quasi subito, tanto che fino all’ultimo si spera che la storia con Alex (Justin Long) non vada in porto, nonostante da subito si sappia che è proprio lì che si andrà a finire. Quel che è peggio è che queste medesime conclusioni possono essere tratte per gli altri filoni della storia.
Non aiuta di certo l’eccessiva lunghezza, oltre due ore per esporre intrecci tanto scontati e con un ritmo appena sufficiente sono francamente troppe; un punto a favore è invece rappresentato dalle interpretazioni, le star in cartellone sono numerose e forse si è giocato sui numeri, ma le prove, soprattutto del comparto femminile, non sono deludenti come la trama. A questo proposito, impossibile non menzionare l’esplosiva sensualità di Scarlett Johansson: in un paio di scene si comprende perfettamente per quale motivo sia diventata la musa ispiratrice di Woody Allen.
La verità è che non gli piaci abbastanza rimane un film oltremodo leggero, simpatico se si vuole, ma forse da aspettare in home video.

martedì 27 gennaio 2009

Il dubbio

In una scuola del Bronx nell'America post-Kennedy, il progressista Padre Flynn (Philip Seymour Hoffman) cerca di contrastare Sorella Aloysius (Meryl Streep), che dirige la scuola col pugno di ferro, gelosamente legata alle tradizioni. Ma l'innocente Sorella James (Amy Adams) sospetta che Flynn stia dedicando troppe attenzioni al piccolo Donald Miller, il primo studente di colore iscritto alla St. Nicholas, e quando rivela alla severa preside questo suo sospetto, questa cercherà di fare quanto in suo potere per giungere alla verità e allontanare lo scomodo Padre Flynn dalla scuola.

Cosa fate quando siete insicuri? Attorno a questa domanda ruota il film scritto e diretto da John Patrick Shanley, conosciuto nel mondo della celluloide soprattutto come sceneggiatore e stimato drammaturgo teatrale. Il dubbio è proprio un adattamento cinematografico dell'omonimo lavoro per il teatro, che ha riscosso grande successo di pubblico e critica.
Immaginando due attori del calibro di Philip Seymour Hoffman e Meryl Streep diretti da un regista di questa estrazione, il minimo che ci si aspetta sono dialoghi lunghi e intensi e una sceneggiatura di ferro. Ed in effetti le aspettative vengono ampiamente confermate: sono numerose le sequenze che vedono i due protagonisti scontrarsi in vere e proprie battaglie a suon di parole, sequenze che avvolgono il film in un alone di incertezza. Rimane sempre alto l'interesse dello spettatore, che si identifica facilmente nel personaggio di Sorella James, stretta in mezzo alle due carismatiche figure a cercare di dissipare i suoi dubbi sulla vicenda.

Concentrare l'attenzione sulla sfida tra i due protagonisti, in particolare sull'evoluzione del personaggio di Sorella Aloysius, la quale dovrà mettere in discussione la sua fede e soprattutto la sua ferma convinzione nel rispetto delle regole, lascia però un senso di incompiutezza all'opera. Il dubbio, dopo aver pervaso l'intera pellicola, permane anche dopo i titoli di coda: il regista decide di non mettere nulla in chiaro se non le fortissime convinzioni della preside, lo stesso Padre Flynn finisce per risultare un personaggio quasi incompiuto. In sostanza pare che il film non raggiunga mai il suo climax, montando la tensione dello spettatore senza però lasciarla sfogare del tutto. Il dubbio rimane comunque esemplare in senso strettamente tecnico: regia, fotografia, scenografia, interpretazioni (da segnalare a proposito una toccante Viola Davis nel ruolo della madre del piccolo Donald) sopra la norma, peccato manchi quel quid che avrebbe potuto rendere la pellicola davvero memorabile.

giovedì 18 settembre 2008

Burn after reading

Assolutamente all'altezza. Ogni volta che vado a vedere un film dei fratelli Coen non posso che confontarlo coi loro capolavori del passato, da (ovviamente) Il grande Lebowski a L'uomo che non c'era, passando per Fargo. In verità dopo i (mezzi?) passi falsi di Ladykiller e Intolerable cruelty cominciai a dubitare della capacità di mantenersi su certi standard da parte dei fratelli. Invece il crudo Non è un paese per vecchi e quest'ultimo Burn after reading sono, appunto, all'altezza della fama che i due cineasti statunitensi hanno meritatamente conquistato.
Siamo di fronte ad una nouva black comedy nel pieno stile Coen: una serie di personaggi, a causa di coincidenze quasi inverosimili, intreccia le proprie storie dando vita ad un film godibile ancorché, sottotraccia, molto critico nei confronti di un certo tipo di società americana. Da un certo punto di vista è chiaro il trait d'union con la precedente pellicola premiata con l'Oscar. Il motore della storia è la vanità, la bravissima Frances McDormand vuole a tutti i costi sottoporsi a svariati interventi di chirurgia plastica per sembrare più giovane; Malkovich, trombato dalla CIA, decide di scrivere un libro di memorie per dimostrare di essere un "analista coi controcazzi", Clooney è un erotomane molto interessato ai pavimenti e al fai-da-te che salta da un letto all'altro, tranne in quello della moglie. Per un motivo o per l'altro, quasi tutti i protagonisti sono eroi negativi, in funzione anche degli eventi che si aggroviglieranno fino al risolutivo e spassosissimo finale. L'attezione dello spettatore è quasi sempre alta, grazie ad una sceneggiatura solida per quanto intricata, e tutti i protagonisti forniscono una prova eccellente, compreso il novizio (per i Coen) Brad Pitt che in alcune scene tiene davvero banco. Particolarmente riuscita l'interpretazione di un Malkovich in formissima. Le atmosfere sono molto simili a quelle de Il grande Lebowski: l'azzeccato sottotitolo originale è "intelligence is relative", ed ecco dunque improbabili personaggi che compiono altrettanto improbabili azioni, in un film che merita certamente qualche visione suppletiva, anche per contare il numero di "fuck" che compete alla grande con quelli pronunciati da Drugo e compagni!

martedì 8 luglio 2008

Ken il guerriero: La leggenda di Hokuto

Kenshiro al cinema è un evento che quelli della mia generazione hanno sempre sognato. Dopo tre OAV che non hanno entusiasmato gli aficionados della celebre saga a fumetti eppoi televisiva (in onda sulla mitica Italia7 che ricominciava dalla prima puntata quando le pareva, costringendoci a rivedere tutto: ecco perché sappiamo le scene a memoria, vedi anche I cavalieri dello Zodiaco) Buronson e Hara hanno deciso di portare sul grande schermo la magia della serie TV.

Difatti La leggenda di Hokuto altro non è che la riproposizione, in una "puntatona" di grande respiro, della saga di Sauzer: il guerriero dalla posa più elegante dell'universo! Rivediamo dunque l'amatissimo Shu, Toki, Raoul e il grande Ken, di cui gli autori ci mostrano anche una versione adolescenziale. In particolare, la storia sembra incentrata, più che su Ken, sul fratello maggiore Raoul, del quale gli autori hanno voluto far conoscere un lato particolare, anche attraverso l'inclusione di due nuovi personaggi vicini al Re di Hokuto, che faranno risaltare diversi lati del suo carattere.
Per il resto, tutto quello che avete visto negli episodi in TV viene riproposto nel film, compreso l'epico scontro finale fra Kenshiro e Sauzer: scuola di Hokuto e Nanto a confronto in uno dei duelli fra i più belli della serie.

Non avete capito nulla finora? Significa che questo film non fa proprio per voi. La visione ai meno esperti potrebbe risultare infatti complicata, visto che il plot sembra dare per scontate molte cose. Ma anche chi si è tatuato le sette stelle sul petto potrebbe rimanere un po' deluso dalla mancanza di novità di rilievo, nonché da un comparto sonoro che, discostandosi da quello dell'anime, impresso a fuoco nella mente, non riesce ad emergere del tutto. Sia le musiche che il grido finale di Ken ce li ricordavamo decisamente migliori, così come diversi risultavano alcuni nomi di tecniche, ma ovviamente non si può avere tutto!
In conclusione, un'operazione che farà felici gli amanti della serie, che potranno ritornare bambini per un'oretta e mezza e rievocare i bei tempi andati. Nulla di eccezionale, ma comunque pollice all'insù. UATTAAA!

mercoledì 21 maggio 2008

Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo

A diciannove anni da L'ultima crociata, Henry Jones Jr., per gli amici Indiana Jones, ritorna nelle sale di tutto il mondo con il nuovo capitolo della saga dal titolo Il regno del teschio di cristallo. Il fantastico trio Spielberg-Lucas-Ford si riunisce per la quarta volta riportando sullo schermo uno degli eroi di celluloide più carismatici di sempre: pochissimi sono riusciti a resistere al fascino di quest'archeologo dallo spirito avventuriero, sin da I predatori dell'Arca perduta, il capolavoro da cui ventisette fa nasceva il mito di Indy.
Devo ammettere, prima di tutto, che è stata una bella sensazione quella di gustare al cinema un personaggio che ha fatto sognare la mia generazione quasi esclusivamente attraverso la TV. Sappiamo che un film visto al cinema ha sempre quel pizzico di magia in più, a fortiori se a fare cinema sono i succitati signori!
Avevamo lasciato Indiana Jones a cavalcare verso il tramonto dopo l'ennesima impresa: difendere il Santo Graal dalle grinfie dei nazisti. Lo ritroviamo quattordici anni dopo, in piena guerra fredda, a vedersela coi russi dell'ambiziosissima Irina Spalko (Cate Blanchett) nel sud degli Stati Uniti. Scampato ai nemici e tradito dal (falso) amico Mac, Indiana viene messo sotto torchio dalle autorità americane. Ormai inviso alla CIA, perde la cattedra all'università e medita il trasferimento in Europa, ma basta che il giovane Mutt Williams (Shia LaBeouf) gli metta sotto il naso una mappa collegata alla leggenda del teschio di cristallo di Akator perché la caratteristica fedora e la fedele frusta vengano tirate fuori dalla valigia, pronte per una nuova avventura che stavolta avrà come palcoscenico il Perù e la mitica El Dorado, la città d'oro.
Indiana dovrà vedersela al solito con trappole, scazzottate, serpenti, tradimenti. Nonostante qualche annetto in più sulle spalle, il professor Jones non sfigura affatto tra i vecchi pericoli, soprattutto se può contare sull'aiuto di vecchi amici come Marion Ravenwood (Karen Allen) ripescata direttamente da I predatori. Le adrenaliniche scene d'azione sono un marchio di fabbrica della serie, l'ironia con cui il professor Jones le affronta pure, non manca nemmeno l'ormai classica sequenza della mappa sulla quale una linea rossa segue gli spostamenti del protagonista per il mondo.
Lungi dal manierismo, che pure sarebbe autoreferenziale, Spielberg dirige quindi secondo i suoi canoni, ossia quelli del maestro della settima arte. Il film si distingue per l'assoluta coerenza con gli anni in cui è ambientato, dalla cura nei costumi alla rappresentazione delle paure americane tipiche di quegli anni. Altro punto a favore: non è mai facile trattare personaggi importanti come Indiana Jones, anche se è un tuo personaggio, e soprattutto accontentare certe aspettative. Ebbene, credo proprio che Spielberg sia riuscito nel difficile compito di non far rimpiangere I predatori dell'Arca perduta. Anche dal punto di vista puramente visivo nulla da eccepire, e non potrebbe essere il contrario. Emozionante l'ingresso in scena di Indy: prima il cappello, poi l'ombra, solo alla fine l'inquadratura diretta, a simboleggiare la grandezza del personaggio, riconoscibile anche dalla silhouette. Memorabile la sequenza della fuga dall'esperimento atomico, così come non sfigurano le scene di inseguimento e il concitato finale, con tanto di sorpresa tutta spielbergiana.
Capitolo attori. Confermata l'identità Harrison Ford-Indiana Jones, tanto che si è scelto, su pressione dello stesso Ford, di far invecchiare anche Indiana, in modo da rafforzare quest'identità e rendere il tutto più credibile. Bravi anche i comprimari, da LaBeouf in versione impomatata al gradito ritorno della sempre affascinante Allen, sino all'algida interpretazione della Blanchett, il cui personaggio meritava forse un po' di approfondimento in più.
In conclusione Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo si appaia certamente a I predatori fra i capolavori del cinema d'avventura. Un film capace di appassionare e tenere col fiato sospeso nonostante segua il plot dei tre predecessori e che tratta come si deve il mito di Indiana Jones. Grandissimo merito ai tre moschettieri Lucas (si parla poco di lui, ma c'è)-Spielberg-Ford e, se l'andazzo è questo, arrivederci al prossimo capitolo!