venerdì 17 gennaio 2014

La grande bellezza

Fresco di premio come miglior film ai Golden Globe, l'ultimo film di Sorrentino si candida all'Oscar come miglior film straniero, e lo fa con merito.
La cifra stilistica di Sorrentino si vede tutta, siamo in presenza di un regista la cui impronta è riconoscibilissima, elegante come pochi nei movimenti di macchina; a livello visivo un appassionato di cinema non può che rimanere estasiato, anche per una fotografia che mette in risalto la grande bellezza di una Roma spesso inedita. A far da contraltare alla meraviglia per gli occhi troviamo una scrittura per niente fluida, quasi un puzzle, che dà l'idea di troppe istantanee messe insieme tanto per rappresentare la decadenza e la cafonaggine di un certo tipo di società.

A volte queste istantanee risultano però poco realistiche, diciamo che invece che da una Polaroid escono da uno smartphone dopo aver applicato tre o quattro filtri di Instagram. OK, probabilmente non è esagerato usare uno stile tanto barocco per rappresentare la mondanità romana, ma si poteva essere meno ridondanti in alcuni frangenti e sviluppare meglio la storia. Critiche da profano, per carità, ma credo che alla pellicola avrebbe giovato una storyline più organica.

E' tutto nei primi dieci minuti: la Roma di giorno, quella dei turisti con un coro di lirica a commento, di contrappunto la Roma notturna alla festa di Jep, una tribù che balla al ritmo di Far l'amore e Mueve la colita.
Parliamo delle canzoni perché si conferma la bravura del regista nello scegliere la colonna sonora, specie qui dove Jep è continuamente in bilico tra la sua vocazione alla mondanità e la nostalgia (cantata meravigliosamente da Verdone in uno dei passaggi migliori del film) alla dolcezza degli anni gioiosi dei primi amori.

Un'opera a due facce, dunque. L'ambizione di Sorrentino di riuscire a fare un film sul nulla (come fa dire ben due volte a Jep, parafrasando Flaubert) riesce solo a metà. La sceneggiatura è troppo evanescente e non facilita la comprensione, i personaggi pronunciano battute ora riuscitissime, come l'invettiva a bassa voce di Jep nella scena contro Stefania, ora da arresto:"Mangio le radici perché le radici sono importanti" è una delle battute peggiori di sempre!
Viene calcata la mano anche sulla scrittura di alcuni caratteri, funzionali alla storia ma poco credibili perché troppo macchiettistici, su tutti il cardinal Masterchef, davvero insopportabile.
D'altro canto, il cast fa di tutto per far dimenticare questi problemi. Ogni attore fornisce una buona prova, compresa Serena Grandi che interpreta praticamente sé stessa al netto della cocaina. Servillo è al suo meglio, Verdone ha una parte piccola, ma significativa, e non sfigura, mentre la Ferilli, pure convincente, è un po' troppo sacrificata dalla sceneggiatura.

Il film rimane sicuramente da vedere. Riesce nel difficile compito di non annoiare nonostante i suoi difetti per me fin troppo evidenti, è girato in maniera impeccabile ed ha al suo servizio un Servillo che si muove benissimo nei panni sgargianti di Jep Gambardella. Non è facile dire bene di un film che per molte cose non mi è piaciuto, ma mi sento di promuoverlo e di consigliarlo perché ha qualcosa che incanta. Ha quel quid che, al contrario del pur formalmente eccezionale This must be the place, lascia qualcosa dopo la visione, forse perché in fondo ci si rende conto che è comunque un film che sa raccontare molte cose dell'Italia.
Alcuni hanno detto: è il film che ci meritiamo, nel bene e nel male; forse non sono lontani dalla verità e bisogna dare atto a Sorrentino di aver partorito un'opera coraggiosa, ed il fatto che si tenda a vederla a tratti troppo kitsch forse è segno che la grande bellezza non è del tutto perduta.

giovedì 2 gennaio 2014

La desolazione di Smaug

"Ma come faranno a farci una trilogia?" mi chiedevo quando apparse la notizia che, dall'idea originale del dittico, la produzione intendeva trasporre la fiaba tolkeniana in tre lungometraggi. Arrivati al secondo capitolo, ecco la risposta alla domanda: infarcendo la trama di un paio di side-stories completamente inventate, che prendono molto più piede della storia originale rispetto al primo capitolo. Si può fare anche una trilogia anche su Mattina di Ungaretti se ci si inventa qualcosa da appiccicarci sopra. Poi, per far spazio a queste, si riducono notevolmente i tempi per la trama originale, come con Beorn, che nel libro ha una certa importanza e nel film è poco più di una comparsa.
Detto questo, a me questi rimaneggiamenti non hanno disturbato più di tanto, se non fosse che, a quanto si è visto finora, la storyline di Gandalf rende totalmente privo di significato tutto il primo atto de La compagnia dell'Anello. Vabbé, vediamo come si chiude con il terzo capitolo ma credo che sarà molto difficile raccordare la continuity tra lo Hobbit e Il Signore degli Anelli. Per il resto, i nuovi personaggi funzionano bene, sia quelli inventati (perché sono scritti bene e perché hanno le fattezze di Evangeline Lilly) che quelli già presenti nel libro (Bard che, al contrario di Beorn, viene reso davvero tridimensionale dalla riscrittura).
Due parole sull'HFR: chi mi accompagnava aveva visto il primo film in una sala con 3D "normale" e mi ha confermato che non c'è paragone. Svanito dopo una ventina di minuti l'effetto fiction di Blu notte, è davvero magnifico seguire questa pellicola in una sala attrezzata. Gli scenari sono meglio illuminati rispetto al primo capitolo, la profondità di campo è anch'essa resa meglio (vedere la scena iniziale al Puledro Impennato), il Reame boscoso lascia a bocca aperta ed è molto aderente all'idea che mi ero fatto leggendo il libro. Ma l'importanza dei 48 fps stereo si palesa definitivamente nel terzo atto, quando appare Smaug.
Fino a quel momento il film, escludendo la sequenza delle botti nel fiume (inventata, ma Legolas mi fa impazzire) viaggiava a velocità di crociera. Appena dentro Erebor, il ritmo scala un paio di marce e diventa spettacolare. Smaug è grande, no Smaug è immenso, è cattivissimo, ed è una gioia per gli occhi. E' un diavolo di drago gigante sputafuoco che esce dallo schermo ed è maledettamente reale.
Solo gli Jaegers di Pacific Rim possono competere con tanta magnificenza a schermo, ma Smaug è davvero qualcosa di indescrivibile per imponenza. Tiriamo le somme. Pollice giù per alcune parti della trama originale trattate in maniera frettolosa (Beorn, Bosco Atro, Erebor) e per il problema della continuity. Pollice su per Smaug, Evangeline Lilly elfa, realizzazione tecnica in generale. Il film risulta più che godibile, delle polemiche dei puristi e di quelle sulla durata tutto sommato me ne infischio, visto che il mio immaginario è soddisfatto dalla vista di Smaug e Tauriel.
Ecco, sarei contento se in Racconto di un ritorno in qualche modo Tauriel riuscisse a salire a cavallo di Smaug: sarebbe il massimo.

venerdì 21 dicembre 2012

Lo Hobbit

Con la lettura del romanzo fresca nella mente (l'ho finito la scorsa settimana, a breve attacco col Silmarillion) sono andato a vedere Lo Hobbit con l'attesa tipica di un fan, tanto dell'universo tolkeniano quanto della trilogia di Jackson che ci ha deliziato all'inizio del millennio.

La prima cosa che salta all'occhio (oltre alla straordinaria novità dei 48 fps, per un'analisi della quale vi rimando alla bella recensione di Rrobe) è la differenza di atmosfera. Il racconto di Tolkien colpisce per l'essere nello stilema quasi una fiaba per bambini , mentre mi sembra evidente la volontà di Jackson di restituire un prodotto più "adulto" su celluloide, a parte forse il primo atto, nel quale si respira ancora l'aria del romanzo. In quest'ottica, è condivisibile la scelta di introdurre nuovi elementi, recuperandoli dal resto della produzione tolkeniana, per meglio raccordare le vicende di questa trilogia con la precedente e salvaguardare così l'uniformità narrativa. Condivisibile anche l'introduzione di personaggi totalmente inventati, soprattutto se interpretati dalla meravigliosa Evangeline Lilly (ma la vedremo solo nel prossimo capitolo).

martedì 24 luglio 2012

Super 8

JJ Abrams. Solo per il fatto di aver aver ideato Alias, Lost e Fringe andrebbe idolatrato a vita. 
Difficile perdonargli il tonfo dovuto alla produzione dell'ignobile Cloverfield, che pure ha incassato vagonate di milioni, ha però recuperato con il discreto Mission Impossible III e con l'ottimo reboot di Star Trek.

Super 8 nasce dal sodalizio con quello Spielberg che tanto ci ha fatto sognare negli anni '80, risultando un omaggio a quegli anni e al modo di raccontarli dello stesso Spielberg, a livello di tematiche affrontate (che poi sono carissime anche a JJ, si veda il rapporto padre/figlio, sviscerato in tutte le salse in Lost) ma anche in campo squisitamente stilistico. Sia chiaro che non siamo in presenza di citazionismo fine a sé stesso, piuttosto a un film che mescola abilmente una storia nettamente eighties con le moderne tecnologie visive e un'abilità nella regia fuori dal comune.

martedì 17 luglio 2012

Misfits - prima stagione

Tempo di nuove rubriche per Gutterballs. Fuori tempo massimo, cioè cose non più d'attualità che stimolano comunque la vena postante del Drugo.
Inauguriamo questa nuova etichetta con Misfits, serie della britannica E4 che ha esordito nel 2009 giunta alla quarta stagione (in lavorazione).

La prima stagione, composta da sei episodi, si può vedere praticamente tutta d'un fiato. In essa viene sviluppata la presentazione dei protagonisti, dei ragazzi borderline messi ai servizi sociali che durante una tempesta ottengono misteriosamente dei superpoteri.

La trama si dipana in maniera piuttosto originale: lontana dai sensazionalismi tipici delle storie di supereroi e con un taglio umoristico magnificamente british (a proposito, consigliata la visione in lingua originale), i ragazzi non usano i loro poteri per chissà quale ideale, ma solo per il loro tornaconto personale o comunque per pulsioni individualistiche.

sabato 7 luglio 2012

The Town - Titolo alternativo: Chi l'avrebbe mai detto?

Non sono (ero?) un particolare estimatore di Ben Affleck. Confesso di non conoscerlo benissimo, avendo visto qualche suo film che mi è rimasto più che altro indifferente, anche se le mie sinapsi lo collegano subito al pessimo Paycheck. Ho scoperto, solo dopo averlo visto, che questo The town è il suo secondo film come regista, così come ho scoperto che ha sceneggiato Will Hunting, che ho visto solo recentemente e che pure ho apprezzato. Insomma, uno si aspetta il solito belloccio di Hollywood e invece ti si presenta uno che sa scrivere e dirigere film con perizia. Mah!

giovedì 26 aprile 2012

The Avengers

Supereroi al cinema. Chi, come me, è cresciuto a pane e fumetti sta vivendo un momento d'oro, viste le numerose produzioni, riuscite o meno, riguardanti gli eroi di carta. Per lungo tempo abbiamo dovuto accontentarci del Superman di Richard Donner, poi del Batman di Tim Burton, sganasciandoci per alcune pacchianate riguardanti l'Uomo Ragno. Negli ultimi anni abbiamo avuto soddisfazioni soprattutto dal riuscitissimo reboot di Batman ad opera di Christopher Nolan, poi ci sono state le delusioni (Wolverine) e numerose pellicole senza infamia e senza lode (Lanterna verde). Con The Avengers viene completato un progetto di lungo corso, partito con numerosi ammiccamenti nei film dedicati ai singoli personaggi, e si realizza così il sogno dei nerd, che possono così godere di un film sul gruppo di supereroi più affascinante di sempre (anche se la formazione non è quella originale, chissene). 

lunedì 23 aprile 2012

Black Swan

Il precedente lavoro di Aronofsky, The Wrestler, ci aveva regalato un Mickey Rourke in forma eccellente ed una storia decadente, ma mai stucchevole, di un ex uomo di successo. Con Black Swan il regista statunitense si cimenta con l'ambiente della danza, che al cinema si declina molto spesso attraverso il canovaccio classico della ballerina che attraverso il duro lavoro e con l'aiuto di un amore nato sul palco giunge ad un catartico finale di realizzazione.
Black Swan ci mostra un mondo molto umano, lontano dall'immaginario patinato che siamo abituati ad immaginare. Qui la sofferenza è totalizzante e si manifesta tanto nelle noie fisiche tipiche dello stressante mestiere della ballerina quanto nelle difficoltà psicologiche e di relazione con un ambiente affatto accogliente.

lunedì 2 aprile 2012

Drive


Dammi ora e luogo. E ti do cinque minuti. Qualunque cosa accada in quei cinque minuti ci penso io. Ma ti avverto: qualunque cosa accada un minuto prima e un minuto dopo, te la vedi sa solo. Hai capito? Bene, non mi troverai più a questo numero. 
Questa è la battuta iniziale di Drive e probabilmente è anche il momento in cui il protagonista parla più a lungo.
E' un film molto particolare, questo di Nicolas Winding Refn, miglior regia a Cannes 2011, premio meritato già nei primi dieci minuti del film, magistralmente messi in scena con la sequenza avviata dalla battuta iniziale in una seducente Los Angeles in notturna, coi giochi di campo tra parabrezza e specchietto retrovisore ed i titoli di testa che più 80's non si può, accompagnati del brano d'apertura Nightcall.


giovedì 13 ottobre 2011

Arrietty

Adattamento della collana di romanzi scritta da Mary Norton, Arrietty: il mondo segreto sotto il pavimento, è la nuova fatica dello studio Ghibli, sceneggiata a quattro mani da Hayao Miyazaki e Keiko Niwa, per la regia di Hiromasa Yonebayashi. Racconta le vicende dei “prendinprestito”, una famiglia di minuscoli ometti che vive nelle intercapedini di una villa nelle campagne di Tokyo.

giovedì 22 settembre 2011

It's the end of the world as we know it (and I feel fine)

Il tempo passa, le stagioni si susseguono, i gruppi rock si sciolgono.
E' finita la carriera dei R.E.M. (o degli AR. I. EM., fate voi). Il gruppo di Athens, dopo trent'anni passati a calcare i palchi di tutto il mondo (di cui 14 anni senza il batterista originario Bill Berry), ha terminato la carriera con un comunicato sul sito ufficiale della band.

Quando è uscito Out of time avevo 14 anni, e Losing my religion è stato anche per me un inno generazionale. Poi il trittico Automatic for the people, Monster e New adventures in Hi-fi, ognuno con uno stile proprio, impossibile non capire al volo a quale disco apparteneva una canzone.

giovedì 15 settembre 2011

Crazy, stupid, love

La vita di Cal Weaver scorre tranquillamente: sposato con l’amore del liceo, i figli, un buon lavoro. Ma quando la moglie Emily gli confessa un tradimento col collega David e gli chiede il divorzio, si ritrova catapultato in un mondo che non ha mai conosciuto, quello del single. Ecco allora che viene in suo soccorso l’aitante Jacob, che lo introdurrà nel mondo dei donnaioli. 
Crazy, stupid, love è il secondo film da registi della coppia Glen Ficarra e John Requa, si tratta di una commedia incentrata sull'amore, in molte delle forme che questo sentimento può assumere. Dalla crisi matrimoniale di Cal ed Emily al primo, grande amore del piccolo di casa Weaver, Robbie, infatuatosi della babysitter, fino alle avventure amorose dell’infallibile Jacob. 

venerdì 17 giugno 2011

Kung Fu Panda 2

 Alla fine di Kung Fu Panda avevamo lasciato Po assurto al ruolo di Guerriero dragone, al termine di un percorso che gli aveva permesso di realizzare, contro ogni aspettativa, il sogno della sua vita. In questo secondo capitolo il golosissimo panda dovrà fare i conti contro una minaccia più grande del pur fortissimo Tai Lung: sembra infatti che il terribile Shen e le sue armi distruttive siano una minaccia non solo per Po, ma per il kung fu stesso.
Con Kung Fu Panda 2 la produzione ha deciso di affidarsi alla esordiente alla regia Jennifer Yuh Nelson, che nel primo episodio ricopriva molteplici ruoli tra cui direttore delle scene oniriche. Conferme invece per tutti i doppiatori, dal vulcanico Jack Black (Po) ad Angelina Jolie (Tigre), passando per Jackie Chan (Scimmia), con l’aggiunta di un mostro sacro come Gary Oldman nei panni del malefico pavone Shen.
Non è facile sfornare un sequel all’altezza dopo un trionfo planetario, ma la Dreamworks, nonostante la pressione di dover bissare il successo del fortunato esordio, ha centrato l’obiettivo. Fortunatamente il film non gioca sulle stesse tematiche del suo predecessore, anzi innova, cerca di innalzarsi su livelli più alti. Non è un caso che nella prima parte non si rida così tanto. Il tema della ricerca delle proprie origini, spesso abusato, qui è rappresentato in maniera onesta e delicata nonostante fosse chiaro sin dal primo film che un’oca difficilmente avrebbe potuto generare un panda! L’azione si gioca quindi sull’alternanza tra la minaccia esterna di Lord Shen e l’impellenza per Po di terminare questa sua personalissima indagine, fino allo snodo finale, quando se ne vedranno davvero delle belle.
Le sequenze dei flashback di Po sono magistrali (e in 2D), ma dal punto di vista tecnico non si può fare nessun appunto, nonostante chi scrive non sia proprio un sostenitore del cinema in tre dimensioni. Gli sceneggiatori hanno potuto lavorare più a fondo sui Cinque Cicloni, caratterizzandoli anche in maniera più che sufficiente, considerato che probabilmente ognuno di questi personaggi potrebbe tranquillamente avere uno spin-off. Le sequenze di combattimento sono spettacolari e corali: ora che Po padroneggia l’arte del combattimento è davvero divertente vederlo guerreggiare assieme ai colleghi.
Un ritmo non sempre incalzante e qualche battuta un po’ scontata non bastano ad inficiare la pellicola nel suo complesso: sarà un piacere per i grandi accompagnare i più piccini a vedere Kung Fu Panda 2. Una piacevole conferma per un franchise che, come il finale lascia intuire, non finirà qui.

martedì 7 giugno 2011

London Boulevard

Mitchell ha appena finito di scontare due anni di reclusione per una rissa finita male ed è desideroso di vivere da lì in poi una vita il più possibile tranquilla. Appena fuori cerca quindi un modo di sbarcare il lunario e lo trova finendo a lavorare come factotum presso una schiva attrice di successo. Al contempo, però, i fantasmi del passato riemergono a disturbare la sua ricerca di redenzione. William Monahan , già premio Oscar per la sceneggiatura di The Departed, esordisce dietro la macchina da presa con London Boulevard, storia a tinte noir tratta da un romanzo di Ken Bruen. Se avete già dato un’occhiata al giudizio avrete intuito che questa opera prima non fa gridare al miracolo, ma rimane piuttosto nel limbo di quelle pellicole che se la cavano senza infamia e senza lode per non aver espresso appieno le proprie potenzialità. “Heart full of soul” degli Yardbirds come sottofondo dei dinamici titoli di testa suggerisce le atmosfere che si respireranno per tutto il film: Monahan ha messo in scena ottimamente una Londra periferica, poco patinata, rendendo a tutti gli effetti la città una protagonista essenziale della pellicola. La storia si compone di diverse sottotrame, che andranno a dipanarsi per poi essere risolte tutte nel concitato finale, il risultato però non è soddisfacente perché, oltre alle carenze evidenti di ritmo, molti passaggi appaiono troppo forzati o al contrario stiracchiati, disorientando lo spettatore e lasciando un senso di confusione. Inoltre, alcuni tratti dei personaggi appaiono un po' troppo stereotipati e conseguentemente vi sono dei comportamenti fin troppo prevedibili per un film di questo genere. 
Nulla da dire invece sulle prove attoriali, Colin Farrell è a suo agio nella parte di Mitchell, così come l'incantevole Keira Knightley rende bene le ansie dell'attrice travolta dal suo successo. David Thewlis, già visto nei panni del professor Lupin nella saga di Harry Potter, si staglia sugli altri anche per il ruolo dissacrante che ricopre. Il problema è quindi nelle promesse non mantenute: sebbene London Boulevard sia tecnicamente un prodotto di buona fattura, accompagnato tra l'altro da una colonna sonora davvero degna di nota, delude nel complesso, a causa delle citate pecche a livello di racconto. Come esordio, però, non c'è male, e attendiamo volentieri Monahan al varco per il prossimo film.

mercoledì 6 ottobre 2010

Innocenti bugie

Se pensate che Innocenti bugie sia il solito, trito e ritrito action-movie con agente segreto in fuga e bella ma inconsapevole signora al seguito, beh… ci avete azzeccato!
Il nuovo lavoro di James Mangold (Ragazze interrotte e il più recente Quel treno per Yuma tra i suoi lavori migliori) è esattamente quello che ci si aspetta, e questo è il suo pregio più grande.

La storia prende le mosse dall’aeroporto di Wichita, dove i due protagonisti si incontrano casualmente (?). Cruise interpreta Roy Miller, un agente segreto in fuga dai suoi stessi colleghi, mentre Cameron Diaz è l’appassionata di auto d’epoca June Havens, in Kansas per via dei prezzi convenienti di marmitte e carburatori. I due salgono sullo stesso aereo, Miller è costretto a far fuori l’equipaggio, composto da spie, tanto può farlo atterrare lui in aperta campagna. Vista assieme al pericoloso Miller, Jane viene presa in consegna dalla CIA che pare non avere rosei progetti per lei, ma ci penserà Roy a liberarla e a cominciare con lei una lunga avventura per proteggere il misterioso Zefiro.

Solita, pessima traduzione dell’originale Knight and Day, Innocenti bugie svela da subito quel che vuole essere: puro intrattenimento. E in questo riesce benissimo. La trama è leggera e prevedibile, i personaggi sono stereotipati ma simpatici, le scene d’azione sono ben studiate. La mano di Mangold è leggera al pari della trama, lasciar fare ai protagonisti in questi casi è meglio. Il motivo? Tom Cruise è una garanzia quando si parla di film d’azione, e anche qui il quasi cinquantenne non sfigura neanche nelle scene più adrenaliniche, come allenamento per Mission Impossible 4 non c’è male. Anche Cameron Diaz riesce a cavarsela nei panni della ragazza della porta accanto che viene catapultata in un intrigo internazionale, così come Peter Sarsgaard interpreta senza infamia e senza lode il più classico degli antagonisti da spy story.

Del resto non sono tanto le prove attoriali o registiche a dare spessore a questo tipo di pellicola, quanto piuttosto il ritmo e la capacità di divertire. Da Boston a Siviglia, passando per Salisburgo, non ci si annoia mai; l’ironia e la piacevole sicumera di Roy e le crisi di June strapperanno più di una risata, sino all’happy end d’ordinanza.
Pur non aggiungendo assolutamente nulla a qualsiasi film del genere che abbiate già visto, Innocenti bugie riesce nella non sempre facile missione di far trascorrere un paio d’ore scarse di divertimento, giusto il tempo di finire i popcorn.

venerdì 28 maggio 2010

Destiny found

The end. Semplice. Cristallino. Un titolo che è uno spoiler, un finale degno per un capolavoro assoluto di fiction. The end, l'epilogo di un "telefilm" che ha scosso il pianeta come non succedeva dai tempi di Twin Peaks. Un evento per il quale, per la prima volta, buona parte degli italiani cresciuti a pane e Ferruccio Amendola ha deciso di guardare l'ultima puntata senza capirci una mazza, in lingua originale senza sottotitoli. Basterebbe solo questo a dare la giusta dimensione a questa pietra miliare di questo primo scorcio del nuovo millennio.
Non fatevi traviare dalla marea di delusi che impreca sui forum solo perché non ha visto spiegato qualche particolare o perché qualche mistero è rimasto insoluto.
Come per tutte le puntate, come per ogni singola sequenza di quest'opera ci sono fondamentalmente due diverse chiavi di lettura, a loro volta stratificate in diversi piani di comprensione. Fin dai primi episodi Lost non è stato un serial qualunque: ha saputo contrapporre due diverse visioni del mondo facendo sì che le loro incarnazioni, Jack e John, Man of science e Man of faith, potessero confrontarsi su più livelli. Dalla "semplice" modalità di proteggere i losties fino al modo di approcciare the others, passando per altri mille territori di scontro, abbiamo assistito per sei stagioni a qualcosa di epico, fino al bellissimo e catartico finale.
Credo che i delusi siano tutti men of science, alla febbrile ricerca di una didascalia che potesse loro spiegare, per esempio, quali poteri avesse Walt o perché bisognasse inserire i fatidici 4,8,15,16,23,42 alla stazione Swan. Molte, moltissime risposte sono state date, ma questo tipo di spettatori non ha comunque saputo seguire l'esempio di Jack, uomo di scienza per eccellenza, che ad un certo punto è tornato sui suoi passi per compiere una scelta legata al destino, concetto che nelle prime stagioni ripudiava con tutto il suo essere.
E rimangono sordi anche alle raffinate incursioni di teoria quantistica che abbiamo potuto apprezzare soprattutto nella scorsa stagione grazie al personaggio di Daniel Faraday e a quello che di sicuro è uno dei migliori episodi di qualunque show televisivo di sempre: The constant. Tutto si può dire tranne che fossero state inserite dagli autori solo per allungare il brodo. Sì, perché gira in rete una "ricostruzione" secondo la quale Lost sarebbe andato avanti ad inerzia, con gli autori brancolanti nel buio dopo due stagioni, impegnati a mendicare pacchetti di 48 episodi alla abc che voleva invece chiudere la serie. Sembra una tesi assurda, tenuto conto del fatto che nei 114 episodi della serie non riesco ad individuare clamorosi buchi di sceneggiatura, che anzi trovo maledettamente coerente. OK, se il problema è da dove viene la statua con quattro dita dico che posso iopotizzare che l'isola sia stata abitata da diverse civiltà; se un buco di sceneggiatura è rappresentato dal fatto che un brigantino non può arrivare con un'onda anomala fin dentro la giungla, mi arrendo.
Con questo non voglio dire che non ci siano stati cali di tensione, specialmente dopo le prime tre stagioni, ma ritengo che all'interno di un'opera tanto maestosa sia quasi fisiologico.
Bando alle polemiche, le quali comunque hanno rappresentato un altro carattere di unicità di Lost (non si riesce a quantificare il numero blog e forum dedicati; primo show con una partecipazione del popolo del web così massiccia da creare contenuti appositi: ricordate la Lost experience e Find 815?) torniamo a parlare della serie. 
Difficilmente abbiamo visto o vedremo una fiction con una caratterizzazione dei personaggi così articolata e profonda, il finale è stato commovente proprio per questo: chi ha seguito le peripezie dei protagonisti lungo sei anni non può non sentire questi personaggi come una gruppo di amici. Vedere un amico come James (forse il mio personaggio preferito) riabbracciare la sua Juliet e ripetergli la stessa battuta di quando l'aveva persa ti strappa la lacrimuccia per forza. Ho scritto James perché non ha nulla a che vedere con il Sawyer della prima stagione, sono due personalità differenti eppure entrambe amabili. 
Jack, leader che sente il peso di esserlo, John e il suo rapporto speciale con l'isola, l'imperscrutabile Ben, il sorprendente Hugo, Kate, redenta a fine serie dalla sua proverbiale volubilità, per non parlare di Desmond...ognuno di questi personaggi potrebbe essere la punta di diamante di qualsiasi altro serial e invece qui li abbiamo tutti insieme, magistralmente delineati nelle prime tre stagioni e poi messi a sfidare il destino nelle ultime tre. Personaggi di tale spicco meritavano attori capaci di interpretarne ogni sfumatura, e così è stato (fatevi un favore: guardatelo in lingua originale qualora non l'abbiate già fatto): Terry O'Quinn e Michael Emerson li metto prima di tutti, ma è difficile trovare qualcuno non all'altezza della situazione, tanto nel nucleo originario quanto nei characters inseriti in corso d'opera.
The end. Lost comincia con un occhio che si apre e termina con un occhio che si chiude, il "motto" della serie potrebbe essere live together, die alone, ma nell'ultima puntata scopriamo quanto sia falso. Nella sua complessità Lost ci ha fatto riflettere su cose semplici, ma tutt'altro che banali: amore, fedeltà, amicizia, sacrificio. E per questo è stata un'esperienza unica che ci mancherà terribilmente.

martedì 27 aprile 2010

Iron Man 2

Una delle cose più importanti per un supereroe è quella di mantenere segreta la propria identità. Invece Tony Stark, narcisista fino al midollo, ci aveva lasciato mentre rivelava al mondo di essere lui Iron Man, contravvenendo a questa regola aurea. Ed è proprio da questo “coming out” che prende le mosse il secondo capitolo della saga: pare, infatti, che in qualche modo la tecnologia da cui è nata potente armatura non sia proprietà intellettuale esclusiva della famiglia Stark; Ivan Vanko (Mickey Rourke), mosso dalla sete di vendetta, sarà la nemesi di Tony Stark alias Iron Man.

Jon Favreau torna dietro la macchina da presa (nonché nel cast, sempre nei panni di Harold Hogan) e confeziona questo Iron Man 2, che molto probabilmente ripeterà il successo del primo capitolo, essendo sia gli ingredienti vincenti (azione e ironia) che i difetti (eccessiva lunghezza, poca introspezione) mutuati dal predecessore.
Fin da subito l’attenzione si concentra sull’istrionicità del protagonista, più che sull’alter ego supereroe. I problemi con l’impianto a palladio nel petto esasperano infatti il lato egocentrico di Tony Stark, portandolo a scontrarsi con le persone a lui più vicine: Pepper Potts (la sempre brava Gwyneth Paltrow) e Rhodey.
Queste tensioni sono il motore della storia per una buona fetta della pellicola, in verità la parte centrale è davvero troppo lunga e noiosa e mina decisamente l’attenzione dello spettatore. Si sobbalza giusto quando entra in scena la sempre fascinosa (anche coi capelli scuri) Scarlett Johansson, ma il suo personaggio viene tenuto troppo a lungo in freezer e così decolla veramente solo nel concitato finale. Lo stesso trattamento viene riservato a Ivan Vanko il quale, seppur poco carismatico come nemico, avrebbe meritato un po’ di approfondimento in più, anche per sfruttare la buona vena di Mickey Rourke. Le sequenze d’azione sono ben curate e risultano sempre spettacolari, la presenza di Whiplash e dei droni di Justin Hammer, del tutto simili ad Iron Man quanto a poteri, rendono gli scontri particolarmente adrenalinici; memorabile la scena di combattimento con protagonisti Natasha Romanoff e Happy Hogan!
Robert Downey Jr sembra nato per incarnare personaggi di alto spessore: dopo Sherlock Holmes eccolo regalare al pubblico un personaggio davvero bizzarro e singolare; senza dubbio Iron Man non sarebbe stato lo stesso senza la sua interpretazione.

Interessante l’introduzione di Nick Fury, interpretato da Samuel L. Jackson, che anticipa i nuovi progetti cinematografici della Marvel (I Vendicatori) e che aggiunge un po’ di pepe in quella mezz’ora che, come detto, è il grande difetto della pellicola assieme ad una scarsa attenzione ai comprimari. Di buono però c’è abbastanza (chi ha detto colonna sonora?), Iron Man 2 si prende poco sul serio e diverte, si poteva però fare di più.

mercoledì 10 febbraio 2010

Codice Genesi

In uno scenario post-apocalittico, Eli (Denzel Washington) attraversa a piedi l'America con una missione. Sul suo cammino incontrerà molte persone e quando giungerà alla comunità guidata da Carnegie (Gary Oldman), il quale si dedica con accanimento alla ricerca di un particolare libro, dovrà combattere per portare a termine il suo compito.

I fratelli Hughes tornano a girare un lungometraggio dopo il successo di From Hell con questo Codice Genesi, inspiegabile traduzione dell’originale The book of Eli. Se nelle stradine dell’East End, a raccontare la storia di Jack lo squartatore, i due fratelli sembravano trovarsi a proprio agio, di certo non lo sono nelle vaste lande di un’America ridotta ormai ad un interminabile deserto, dopo le catastrofi di una non meglio precisata guerra.
Intendiamoci: visivamente, grazie anche alla fotografia di Don Burgess, la pellicola non è male, si lascia anzi apprezzare. Il problema è tutto il resto.
La storia, prima di tutto, è moscia. Tolti i primi minuti, che in verità promettono molto, non accade praticamente nulla per tutta la durata del film, fatti salvi i soliti scontri (all’arma bianca e non) che il buon Eli ovviamente non fatica a portare a casa neanche contro dieci avversari.
C’è Carnegie, che non contento di essere il signorotto locale vuole ergersi a dominatore del mondo grazie a un libro, merce ormai rarissima in un mondo dove si uccide per un paio di scarpe. Guarda caso questo speciale libro il cui titolo non viene mai nominato è lo stesso che, trent’anni prima (sic!), una misteriosa voce ha affidato ad Eli, che da allora va verso Ovest (sic!) in cerca di qualcosa che rimane indefinito anche per lui.
A condire il tutto c’è la pupattola di turno, che fa capire al protagonista quanto si stesse allontanando dagli insegnamenti di quel libro (chissà di quale libro si tratta…) che si ostina a proteggere da tutto e da tutti. Basta, non c’è altro, a parte il solito eroe che va passeggiando nel deserto con una pallottola in pancia come se nulla fosse.
Neanche la sorpresa sul finale riesce a risollevare le sorti di un lavoro nettamente mediocre. Mediocri sono anche le interpretazioni dei protagonisti, e da due mostri sacri come Washington e Oldman ci si aspetta certamente di più che non lo scimmiottamento dei tipici cliché dei ruoli. Un peccato, perché visto il materiale a disposizione, questo Codice Genesi poteva essere ben altro film. Ma qui, dispiace dirlo, è proprio l’idea di base che manca.

mercoledì 20 gennaio 2010

Review: Cosmic egg


Devo dire che aspettavo con un po' di impazienza la seconda fatica dei Wolfmother, gruppo di cui Gutterballs si è occupato qualche tempo fa. Le cose sono cambiate, nella band: il trio è diventato un quartetto, ma il solo Andrew Stockdale è rimasto dalla formazione originale. Purtroppo, questo secondo album esaspera tutti i lati negativi  che la band aveva palesato già nel primo disco. L'originalità continua a latitare e dopo quattro anni di silenzio non è un buon segno. Va bene stare in scia agli Zeppelin o a Ozzy, ma a tutto c'è un limite. Inoltre mancano quasi completamente quei pezzi "da singolo" che trainavano il disco d'esordio.
Qui c'è una raccolta di canzoni per lo più ascoltabili, con punte di eccellenza nella canzone che dà il titolo all'album e un paio di buoni episodi come Far Away, ma di contro c'è In the morning che per buona metà sembra un singolo degli Oasis:sembra di impazzire ma per fortuna il pezzo si risolleva nel finale, vedere per credere.

Insomma, aspettative deluse per un gruppo che poteva essere ben altro. Un lavoro mediocre e sicuramente prescindibile, peccato.

Tracklist:
1. California Queen
2. New Moon Rising
3. White Feather
4. Sundial
5. In The Morning
6. 10,000 Feet
7. Cosmic Egg
8. Far Away
9. Pilgrim
10. In The Castle
11. Phoenix
12. Violence Of The Sun

venerdì 30 ottobre 2009

Dieci inverni

Dieci inverni, opera prima di Valerio Mieli, racconta della storia di Camilla e Silvestro attraverso un lungo periodo definito dallo stesso regista come “prologo” di una vera e propria storia d’amore. Del resto i due s’incontrano giovanissimi sul vaporetto per Venezia, entrambi andranno all’università, Camilla ha le idee chiare e Silvestro un po’ meno, ma pare che la scintilla tra i due scocchi subito. Dovranno comunque percorrere i dieci anni del titolo per vedere il loro sentimento definitivamente realizzato.
Il difetto più evidente della pellicola risiede certamente nella sceneggiatura, piegata alle esigenze della storia in maniera poco fluente e credibile a partire dall’incontro tra i due protagonisti. Analizzando il comparto tecnico, invece, possiamo fare un rilievo alla fotografia a tratti un poco scialba. Nonostante queste pecche il risultato è un film onesto e piacevole da vedere, specialmente per merito delle interpretazioni della bella Isabella Ragonese, una Camilla timida e introversa, e di Michele Riondino nei panni del simpatico e spavaldo, ma solo all’apparenza, Silvestro.
Tra Venezia e Mosca, convivenze e lunghe separazioni, affetto e gelosia, vedremo questi due caratteri così diversi condividere più o meno intensamente quello che viene indicato come il periodo più bello dell’esistenza. E che magari lo è, ma è anche il periodo dell’apprendimento sulla propria pelle del significato della sofferenza, causata spesso da errori dovuti al troppo orgoglio tipico di caratteri poco smussati. Quando, dopo i dieci inverni arriva, metaforicamente e realmente, il primo timido scorcio di primavera, gli spigoli sono arrotondati e un amore è pronto, idealmente, a prendere definitivamente forma.
Abbastanza ritmato e ben recitato, il primo lavoro di questo giovane cineasta può far ben sperare per il futuro, ammesso che Mieli si affranchi un po’ da una regia abbastanza scolastica (ed essendo un esordio non poteva essere altrimenti) ma non priva di soluzioni interessanti.

giovedì 22 ottobre 2009

Inglorious basterds


Finalmente, dopo lunga astinenza, ritorna Tarantino al cinema. Due anni non sono tanti, si obietterà, ma va detto che chi scrive non ha apprezzato Deathproof, al punto da coltivare l'idea che Quentin avesse definitivamente ceduto al citazionismo fine a sé stesso.
Con l'animo tormentato mi sedevo quindi in poltrona, ma già dopo il primo dei cinque capitoli che compongono il film, sfoggiando un largo sorriso mi sono detto: Tarantino è tornato! Il solo primo capitolo infatti varrebbe già il prezzo del biglietto: Cristoph Waltz nei panni del colonnello Hans Landa è uno spettacolo a vedersi  e a sentirsi (e qui scatta un piccolo appunto sul doppiaggio: questo è un film da  gustare assolutamente in lingua originale) ed è un classico Tarantino quello che lascia montare lentamente la tensione utilizzando "solo" un lunghissimo dialogo.
Il racconto si svolge attraverso due distinti fili narrativi, facciamo prima conoscenza di Shosanna Dreyfus e poi dei Bastardi del titolo, successivamente le due trame vengono sapientemente intrecciate fino a dipanarsi solamente nello splendido finale, quando viene praticamente riscritta la Storia, quella con la s maiuscola. Anche nel corso della pellicola però c'è un certo senso di capovolgimento dei ruoli: pensare ai Bastardi, ebrei che rispondono colpo su colpo alle angherie naziste, che alla bisogna s'imbottiscono di dinamite...di questi tempi non è male!

Le scene più pulp sono proprio quelle che vedono protagonista il gruppetto agli ordini di Aldo Raine (Brad Pitt, altra splendida interpretazione) ma sono come al solito i lunghi dialoghi a muovere la storia, lasciando alle scene più movimentate, compreso il caro Mexican standoff , il compito di  risolvere le situazioni troppo ingarbugliate oppure di far allontanare gli spettatori dallo stomaco debole (sic! due miei vicini di poltrona sono scappati a metà film...dilettanti!). Tenendo da parte ovviamente l'evoluzione della storia, la ricostruzione del periodo della seconda guerra mondiale appare minuziosa, soprattutto per mezzo di piccoli, convincenti particolari come ad esempio lo spirito di osservazione dell'ufficiale SS nella sequenza della locanda.
Già detto di Waltz e Pitt, c'è da aggiungere che anche le altre interpretazioni non sfigurano, soprattutto per quanto concerne la protagonista Mélanie Laurent e l'elegantissima Diane Kruger nei panni della diva Bridget von Hammersmark.
Eccellente il commento musicale, da segnalare la bellissima Cat people di David Bowie che da sottofondo musicale assurge a vera e propria protagonista in quella che forse è la scena più significativa del film.
Nell'ultima sequenza Tarantino lancia la questione se questo Inglorious basterds possa essere il suo capolavoro, comunque la si pensi questa rimane una pellicola eccellente sotto ogni punto di vista, non a caso il racconto è in buona parte metacinematografico, ossia viene creato cinema raccontando il cinema stesso.  Significativo anche il fatto che nonostante le due ore e mezza di durata, l'attenzione non scema praticamente mai e ai titoli di coda manca poco che non si gridi:"ANCORA" ANCORA!" come ai concerti. Insomma, un film che lascia il segno per i devoti come il sottoscritto, ma che non mancherà di entusiasmare anche i non tarantiniani.

giovedì 7 maggio 2009

Star Trek

Ritorna al cinema la saga di Star Trek, che nella sua versione televisiva ha raccolto milioni di fan in tutto il mondo nel corso di quarant’anni e svariate serie. Dal 1979 in poi, inoltre, ben 10 pellicole si sono susseguite sul grande schermo. Era giunto il momento quindi di dare un sapore nuovo a questo logoro brand, ed ecco che in soccorso della Enterprise è arrivato dietro la macchina da presa il vulcanico J.J. Abrams, con al seguito il fido Damon Lindelof alla produzione (Lost vi dice qualcosa?) e alla scrittura la premiata ditta Orci&Kurtzman (Alias, Transformers).

Dopo tante storie raccontate, Abrams ha pensato bene di ripartire da zero, mostrandoci gli eventi che hanno portato il capitano Kirk e il vulcaniano Spock a compiere i famosi viaggi interstellari alla ricerca di nuovi mondi. Il film si chiama, appunto, semplicemente Star Trek, senza sottotitoli, a rimarcare proprio la (ri)nascita di una saga che potrebbe, visto il risultato, ripartire alla grande.
Questi quattro moschettieri sono infatti riusciti a sfornare due ore di divertimento puro: azione serrata e spettacolari effetti speciali sono solo strumentali ad una storia intrigante, che dopo il drammatico prologo si incentra sulla conflittualità dei due personaggi principali, raccontandone in parallelo la crescita, dall’infanzia sino al loro difficoltoso sodalizio. Nel viaggio inaugurale della celeberrima U.S.S. Enterprise i protagonisti dovranno fare i conti con i desideri di vendetta (scopriremo poi generati da che cosa) del lugubre romulano Nero, interpretato da Eric Bana.

Perfettamente nel ruolo gli attori, con Chris Pine (Kirk) che scongiura il rischio di interpretare la parte del belloccio di turno e Zachary Quinto che sembra vulcaniano di nascita. Grazie ad un sapiente uso dell’ironia anche i comprimari, su tutti Scotty (Simon Pegg) e Karl Urban che interpreta il burbero dottor McCoy, non sfigurano affatto: le situazioni divertenti che si vengono a creare spezzano la tensione dando al film un taglio quasi da commedia. Lo stesso Leonard Nimoy (lo Spock della serie originale) è stato introdotto nella trama in modo tutt’altro che banale, ad ulteriore riprova del buon lavoro svolto in sede di sceneggiatura, alla quale si può imputare forse una scarsa caratterizzazione dei villains, peccatuccio per il quale si può tranquillamente chiudere un occhio.

Questo nuovo corso di Star Trek farà certamente breccia sia tra i neofiti sia tra coloro i quali, come chi scrive, non sono del tutto digiuni di viaggi a curvatura. Rimane da sciogliere il nodo della reazione dei fan duri e puri. Resta il fatto che J.J. Abrams ha diretto un divertissement di qualità, considerata l’importanza del brand e le sue ultime, trascurabili incarnazioni, questo è già un ottimo risultato.

giovedì 30 aprile 2009

X-Men le origini: Wolverine

Per i fan della bella trilogia dedicata agli Uomini-X, l'appuntamento con lo spin-off su Wolverine rappresenta un vero e proprio must. Così come i colleghi della serie a fumetti, gli amanti degli X-Men su celluloide si sono facilmente appassionati al burbero Logan, intrigati dal modo di essere di questo eroe-antieroe e soprattutto dal suo misterioso passato. Così lo stesso Hugh Jackman ha messo i panni del produttore, oltre che di Wolvie, affidando a Gavin Hood la regia e circondandosi di un buon cast di comprimari per realizzare quello che è un vero e proprio prequel della saga.
Si racconta infatti della lunghissima vita di James Howlett a cavallo di un secolo, a fianco del “fratello” Victor Creed/Sabretooth (un Liev Schreiber decisamente in forma), fino agli eventi che lo hanno trasformato nell’essere indistruttibile e dagli offuscati ricordi che ben conosciamo.

Nel mondo dei fumetti il tema del passato di Wolverine è stato affrontato, tra gli altri, in un capolavoro del genere: Arma X, testi e disegni di Barry Windsor-Smith. Al contrario di quanto avviene sullo schermo, qui viene dato gran risalto all'esperimento vero e proprio, al crudele modo in cui vengono scatenati gli istinti bestiali di Logan. Comprendiamo che sviluppare anche il film secondo una chiave di lettura del genere avrebbe significato trovarsi in mano un risultato completamente diverso, claustrofobico e tutt'altro che action, ma rimane l’amaro in bocca quando molte situazioni, potenzialmente centrali per lo sviluppo della storia e del personaggio principale, vengono risolte con semplicismi.

Paradossalmente, in una pellicola che avrebbe dovuto concentrarsi molto su Wolverine, la psicologia del protagonista non viene quasi mai messa in risalto, lasciando a volte maggiore spazio al rivale Sabretooth. Ancorché sufficiente nel complesso, il film scorre via senza sbalzi, in un piattume generale che lascia abbastanza frustrati. In verità al termine del breve prologo (che rimane la parte più riuscita) le aspettative sono piuttosto elevate, ma ben presto queste buone sensazioni lasciano posto al disincanto. Nella prima parte l'attenzione cala per via di un mix di ritmo lento e scrittura frettolosa, nella seconda si punta invece eccessivamente sull'action, che risulta anche gradevole (pur non facendo gridare al miracolo) ma che lascia davvero poco all'uscita dalla sala.

Rimane quindi la sensazione di un’opportunità malamente sprecata. Si poteva (doveva) fare di più per un personaggio con queste potenzialità e per un brand cinematografico che, fino a questo episodio, nel genere degli eroi di carta che passano alla celluloide era certamente fra i più riusciti.

lunedì 23 marzo 2009

Gran Torino

Walt Kowalski è un veterano della guerra in Corea, ha perso la moglie, odia i suoi vicini musi gialli, odia i giovani, odia i neri. Walt Kowalski beve birra, si confida solo con la sua labrador Daisy, ha per amico un barbiere impasta-pizza italiano e ama la sua Ford Gran Torino.
Mai sinossi fu tanto semplice quanto completa. E mai capolavoro fu tanto semplice, quasi scontato nella trama, quanto profondo e persistente anche trascorsi giorni dalla visione. E' un film che lascia dei segni, per il modo schietto e brutale col quale affronta quei temi scottanti con cui noi stessi ci confrontiamo quotidianamente. Gli strumenti che abbiamo non funzionano per cavarsela in quest'epoca di Meltin' pot forzato, i ragazzini non li capisce nessuno, la religione fatica a svolgere il suo ruolo storico. Kowalski se ne frega, dalla veranda sputa e beve litri di birra, la sua casa è un gioiello in mezzo alle altre, nessuna coupè con gli alettoni regge il confronto con la sua Gran Torino e non c'è attrezzo o utensile che non possegga. Kowalski ha le idee chiare ma deve convivere con gli orrori della guerra, è ancora in trincea e chiunque gli si avvicini viene aggredito.
Ma saranno proprio gli odiati vicini, giovani e asiatici a smuoverlo dalle sue granitiche convinzioni. Thao e Sue (Ahney Her, al convincente esordio), due ragazzini, mettono in moto qualcosa nell'animo di Kowalski e qui c'è un altro pilastro della società che vacilla: la famiglia.
O meglio, può essere definita famiglia quella coi figli insensibili ed egoisti, da lui stesso allontanati, e i nipoti che aspettano che tiri le cuoia per beccarsi una Gran Torino fiammante? Allora è normale che Walt trovi punti di contatto fra sé e la famiglia di etnia Hmong, ancora legata a rituali tipici delle famiglie tradizionali.
Ed ecco che il burbero comincia a sciogliersi a colpi di cibo asiatico e a dismettere la corazza, per poi rimetterla prontamente quando il gioco si fa duro. Così si procede alternativamente, con Kowalski che ora si dà anima e corpo per il bene dell'introverso Thao, introducendolo nel suo mondo schietto e onesto, ora mette i panni del giustiziere.
Il finale, purificatore e risolutore, giunge puntualmente e il ciclo del film si chiude di nuovo in chiesa, sino all'ultimo (prevedibilissimo) colpo di coda e alla chiusura col marchio di fabbrica dei capolavori di Eastwood: la canzone sui titoli di coda la scrive lui.

Penso non sia facile scrivere di questo film. Ho riflettuto a lungo e discusso, mi sono confrontato con altri. Mi piace citare la frase "questo non è un film" perché riassume perfettamente quello che mi è rimasto dopo la visione. Cioè, siamo oltre la valutazione della storia in sè e delle sue facilonerie comunque intriganti perché siamo oltre il cinema. Questo è un capolavoro assoluto che si serve del racconto cinematografico solo come catalizzatore per veicolare dei messaggi come fosse una fotografia diluita in due ore. Una fotografia epica ed epocale.

mercoledì 18 marzo 2009

La verità è che non gli piaci abbastanza

Tratto dall’omonimo bestseller di Greg Behredendt e Liz Tuccillo, già sceneggiatori del fortunato serial Sex and the city, La verità è che non gli piaci abbastanza racconta le trame sentimentali di un gruppo di amici di Baltimora, alle prese con gli equivoci e le ambiguità tipiche delle storie d’amore (americane).
Dopo la vivace introduzione, nella quale viene esplorato il senso del titolo, vengono presentati tutta una serie di “tipi” di personaggi, dalla sognatrice all’indecisa, dal marito ideale al fedifrago, e le varie relazioni che possono intercorrere fra essi. In verità forse sarebbe meglio parlare di “stereotipi”, vista la superficialità nella caratterizzazione e la prevedibilità delle situazioni. Per carità: il film strappa anche più di una risata, ma rimane molto lontano dal carisma di pellicole che, pur senza troppe pretese, risultano comunque frizzanti e godibili: pensiamo a Quattro matrimoni e un funerale, ma anche al più recente Love actually.
Nella pletora di personaggi, colei che fa da spina dorsale alla storia è sicuramente Gigi (Ginnifer Goodwin), è con lei che la pellicola apre ed è con lei che chiude, e sono soprattutto i suoi atteggiamenti da tredicenne un po’ troppo cresciuta a stancare quasi subito, tanto che fino all’ultimo si spera che la storia con Alex (Justin Long) non vada in porto, nonostante da subito si sappia che è proprio lì che si andrà a finire. Quel che è peggio è che queste medesime conclusioni possono essere tratte per gli altri filoni della storia.
Non aiuta di certo l’eccessiva lunghezza, oltre due ore per esporre intrecci tanto scontati e con un ritmo appena sufficiente sono francamente troppe; un punto a favore è invece rappresentato dalle interpretazioni, le star in cartellone sono numerose e forse si è giocato sui numeri, ma le prove, soprattutto del comparto femminile, non sono deludenti come la trama. A questo proposito, impossibile non menzionare l’esplosiva sensualità di Scarlett Johansson: in un paio di scene si comprende perfettamente per quale motivo sia diventata la musa ispiratrice di Woody Allen.
La verità è che non gli piaci abbastanza rimane un film oltremodo leggero, simpatico se si vuole, ma forse da aspettare in home video.

martedì 27 gennaio 2009

Il dubbio

In una scuola del Bronx nell'America post-Kennedy, il progressista Padre Flynn (Philip Seymour Hoffman) cerca di contrastare Sorella Aloysius (Meryl Streep), che dirige la scuola col pugno di ferro, gelosamente legata alle tradizioni. Ma l'innocente Sorella James (Amy Adams) sospetta che Flynn stia dedicando troppe attenzioni al piccolo Donald Miller, il primo studente di colore iscritto alla St. Nicholas, e quando rivela alla severa preside questo suo sospetto, questa cercherà di fare quanto in suo potere per giungere alla verità e allontanare lo scomodo Padre Flynn dalla scuola.

Cosa fate quando siete insicuri? Attorno a questa domanda ruota il film scritto e diretto da John Patrick Shanley, conosciuto nel mondo della celluloide soprattutto come sceneggiatore e stimato drammaturgo teatrale. Il dubbio è proprio un adattamento cinematografico dell'omonimo lavoro per il teatro, che ha riscosso grande successo di pubblico e critica.
Immaginando due attori del calibro di Philip Seymour Hoffman e Meryl Streep diretti da un regista di questa estrazione, il minimo che ci si aspetta sono dialoghi lunghi e intensi e una sceneggiatura di ferro. Ed in effetti le aspettative vengono ampiamente confermate: sono numerose le sequenze che vedono i due protagonisti scontrarsi in vere e proprie battaglie a suon di parole, sequenze che avvolgono il film in un alone di incertezza. Rimane sempre alto l'interesse dello spettatore, che si identifica facilmente nel personaggio di Sorella James, stretta in mezzo alle due carismatiche figure a cercare di dissipare i suoi dubbi sulla vicenda.

Concentrare l'attenzione sulla sfida tra i due protagonisti, in particolare sull'evoluzione del personaggio di Sorella Aloysius, la quale dovrà mettere in discussione la sua fede e soprattutto la sua ferma convinzione nel rispetto delle regole, lascia però un senso di incompiutezza all'opera. Il dubbio, dopo aver pervaso l'intera pellicola, permane anche dopo i titoli di coda: il regista decide di non mettere nulla in chiaro se non le fortissime convinzioni della preside, lo stesso Padre Flynn finisce per risultare un personaggio quasi incompiuto. In sostanza pare che il film non raggiunga mai il suo climax, montando la tensione dello spettatore senza però lasciarla sfogare del tutto. Il dubbio rimane comunque esemplare in senso strettamente tecnico: regia, fotografia, scenografia, interpretazioni (da segnalare a proposito una toccante Viola Davis nel ruolo della madre del piccolo Donald) sopra la norma, peccato manchi quel quid che avrebbe potuto rendere la pellicola davvero memorabile.

giovedì 18 settembre 2008

Burn after reading

Assolutamente all'altezza. Ogni volta che vado a vedere un film dei fratelli Coen non posso che confontarlo coi loro capolavori del passato, da (ovviamente) Il grande Lebowski a L'uomo che non c'era, passando per Fargo. In verità dopo i (mezzi?) passi falsi di Ladykiller e Intolerable cruelty cominciai a dubitare della capacità di mantenersi su certi standard da parte dei fratelli. Invece il crudo Non è un paese per vecchi e quest'ultimo Burn after reading sono, appunto, all'altezza della fama che i due cineasti statunitensi hanno meritatamente conquistato.
Siamo di fronte ad una nouva black comedy nel pieno stile Coen: una serie di personaggi, a causa di coincidenze quasi inverosimili, intreccia le proprie storie dando vita ad un film godibile ancorché, sottotraccia, molto critico nei confronti di un certo tipo di società americana. Da un certo punto di vista è chiaro il trait d'union con la precedente pellicola premiata con l'Oscar. Il motore della storia è la vanità, la bravissima Frances McDormand vuole a tutti i costi sottoporsi a svariati interventi di chirurgia plastica per sembrare più giovane; Malkovich, trombato dalla CIA, decide di scrivere un libro di memorie per dimostrare di essere un "analista coi controcazzi", Clooney è un erotomane molto interessato ai pavimenti e al fai-da-te che salta da un letto all'altro, tranne in quello della moglie. Per un motivo o per l'altro, quasi tutti i protagonisti sono eroi negativi, in funzione anche degli eventi che si aggroviglieranno fino al risolutivo e spassosissimo finale. L'attezione dello spettatore è quasi sempre alta, grazie ad una sceneggiatura solida per quanto intricata, e tutti i protagonisti forniscono una prova eccellente, compreso il novizio (per i Coen) Brad Pitt che in alcune scene tiene davvero banco. Particolarmente riuscita l'interpretazione di un Malkovich in formissima. Le atmosfere sono molto simili a quelle de Il grande Lebowski: l'azzeccato sottotitolo originale è "intelligence is relative", ed ecco dunque improbabili personaggi che compiono altrettanto improbabili azioni, in un film che merita certamente qualche visione suppletiva, anche per contare il numero di "fuck" che compete alla grande con quelli pronunciati da Drugo e compagni!

martedì 8 luglio 2008

Ken il guerriero: La leggenda di Hokuto

Kenshiro al cinema è un evento che quelli della mia generazione hanno sempre sognato. Dopo tre OAV che non hanno entusiasmato gli aficionados della celebre saga a fumetti eppoi televisiva (in onda sulla mitica Italia7 che ricominciava dalla prima puntata quando le pareva, costringendoci a rivedere tutto: ecco perché sappiamo le scene a memoria, vedi anche I cavalieri dello Zodiaco) Buronson e Hara hanno deciso di portare sul grande schermo la magia della serie TV.

Difatti La leggenda di Hokuto altro non è che la riproposizione, in una "puntatona" di grande respiro, della saga di Sauzer: il guerriero dalla posa più elegante dell'universo! Rivediamo dunque l'amatissimo Shu, Toki, Raoul e il grande Ken, di cui gli autori ci mostrano anche una versione adolescenziale. In particolare, la storia sembra incentrata, più che su Ken, sul fratello maggiore Raoul, del quale gli autori hanno voluto far conoscere un lato particolare, anche attraverso l'inclusione di due nuovi personaggi vicini al Re di Hokuto, che faranno risaltare diversi lati del suo carattere.
Per il resto, tutto quello che avete visto negli episodi in TV viene riproposto nel film, compreso l'epico scontro finale fra Kenshiro e Sauzer: scuola di Hokuto e Nanto a confronto in uno dei duelli fra i più belli della serie.

Non avete capito nulla finora? Significa che questo film non fa proprio per voi. La visione ai meno esperti potrebbe risultare infatti complicata, visto che il plot sembra dare per scontate molte cose. Ma anche chi si è tatuato le sette stelle sul petto potrebbe rimanere un po' deluso dalla mancanza di novità di rilievo, nonché da un comparto sonoro che, discostandosi da quello dell'anime, impresso a fuoco nella mente, non riesce ad emergere del tutto. Sia le musiche che il grido finale di Ken ce li ricordavamo decisamente migliori, così come diversi risultavano alcuni nomi di tecniche, ma ovviamente non si può avere tutto!
In conclusione, un'operazione che farà felici gli amanti della serie, che potranno ritornare bambini per un'oretta e mezza e rievocare i bei tempi andati. Nulla di eccezionale, ma comunque pollice all'insù. UATTAAA!

mercoledì 21 maggio 2008

Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo

A diciannove anni da L'ultima crociata, Henry Jones Jr., per gli amici Indiana Jones, ritorna nelle sale di tutto il mondo con il nuovo capitolo della saga dal titolo Il regno del teschio di cristallo. Il fantastico trio Spielberg-Lucas-Ford si riunisce per la quarta volta riportando sullo schermo uno degli eroi di celluloide più carismatici di sempre: pochissimi sono riusciti a resistere al fascino di quest'archeologo dallo spirito avventuriero, sin da I predatori dell'Arca perduta, il capolavoro da cui ventisette fa nasceva il mito di Indy.
Devo ammettere, prima di tutto, che è stata una bella sensazione quella di gustare al cinema un personaggio che ha fatto sognare la mia generazione quasi esclusivamente attraverso la TV. Sappiamo che un film visto al cinema ha sempre quel pizzico di magia in più, a fortiori se a fare cinema sono i succitati signori!
Avevamo lasciato Indiana Jones a cavalcare verso il tramonto dopo l'ennesima impresa: difendere il Santo Graal dalle grinfie dei nazisti. Lo ritroviamo quattordici anni dopo, in piena guerra fredda, a vedersela coi russi dell'ambiziosissima Irina Spalko (Cate Blanchett) nel sud degli Stati Uniti. Scampato ai nemici e tradito dal (falso) amico Mac, Indiana viene messo sotto torchio dalle autorità americane. Ormai inviso alla CIA, perde la cattedra all'università e medita il trasferimento in Europa, ma basta che il giovane Mutt Williams (Shia LaBeouf) gli metta sotto il naso una mappa collegata alla leggenda del teschio di cristallo di Akator perché la caratteristica fedora e la fedele frusta vengano tirate fuori dalla valigia, pronte per una nuova avventura che stavolta avrà come palcoscenico il Perù e la mitica El Dorado, la città d'oro.
Indiana dovrà vedersela al solito con trappole, scazzottate, serpenti, tradimenti. Nonostante qualche annetto in più sulle spalle, il professor Jones non sfigura affatto tra i vecchi pericoli, soprattutto se può contare sull'aiuto di vecchi amici come Marion Ravenwood (Karen Allen) ripescata direttamente da I predatori. Le adrenaliniche scene d'azione sono un marchio di fabbrica della serie, l'ironia con cui il professor Jones le affronta pure, non manca nemmeno l'ormai classica sequenza della mappa sulla quale una linea rossa segue gli spostamenti del protagonista per il mondo.
Lungi dal manierismo, che pure sarebbe autoreferenziale, Spielberg dirige quindi secondo i suoi canoni, ossia quelli del maestro della settima arte. Il film si distingue per l'assoluta coerenza con gli anni in cui è ambientato, dalla cura nei costumi alla rappresentazione delle paure americane tipiche di quegli anni. Altro punto a favore: non è mai facile trattare personaggi importanti come Indiana Jones, anche se è un tuo personaggio, e soprattutto accontentare certe aspettative. Ebbene, credo proprio che Spielberg sia riuscito nel difficile compito di non far rimpiangere I predatori dell'Arca perduta. Anche dal punto di vista puramente visivo nulla da eccepire, e non potrebbe essere il contrario. Emozionante l'ingresso in scena di Indy: prima il cappello, poi l'ombra, solo alla fine l'inquadratura diretta, a simboleggiare la grandezza del personaggio, riconoscibile anche dalla silhouette. Memorabile la sequenza della fuga dall'esperimento atomico, così come non sfigurano le scene di inseguimento e il concitato finale, con tanto di sorpresa tutta spielbergiana.
Capitolo attori. Confermata l'identità Harrison Ford-Indiana Jones, tanto che si è scelto, su pressione dello stesso Ford, di far invecchiare anche Indiana, in modo da rafforzare quest'identità e rendere il tutto più credibile. Bravi anche i comprimari, da LaBeouf in versione impomatata al gradito ritorno della sempre affascinante Allen, sino all'algida interpretazione della Blanchett, il cui personaggio meritava forse un po' di approfondimento in più.
In conclusione Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo si appaia certamente a I predatori fra i capolavori del cinema d'avventura. Un film capace di appassionare e tenere col fiato sospeso nonostante segua il plot dei tre predecessori e che tratta come si deve il mito di Indiana Jones. Grandissimo merito ai tre moschettieri Lucas (si parla poco di lui, ma c'è)-Spielberg-Ford e, se l'andazzo è questo, arrivederci al prossimo capitolo!

mercoledì 23 aprile 2008

Solo un bacio per favore

Gabriel ed Emilie si incontrano per puro caso e si piacciono da subito. Con una serie di scuse banali Gabriel convince Emilie a passare la serata insieme e quando le chiede un bacio, lei lo rifiuta. Per spiegare i motivi del suo “no” Emilie comincia a raccontare la storia dei suoi amici Nicolas e Judith e di quello che ha comportato il loro primo, innocente bacio. Una reazione a catena con conseguenze imprevedibili.

“Solo un bacio per favore”, quarto lungometraggio per Emmanuel Mouret, racconta dunque delle conseguenze che può avere un gesto tutto sommato quotidiano come un bacio. Attraverso la tecnica del racconto, Mouret sovrappone alla storia principale un’altra vicenda, se vogliamo più surreale e dai risvolti buffi, ma che sorregge e porta avanti la prima in un gioco che si risolverà solo alla fine. Il merito della regia di Mouret è certamente quello di rimanere soavemente nascosto, lasciando la libertà ai protagonisti (Virginie Ledoyen, lo stesso Mouret, Julie Gayet, Michael Cohen e il nostro Stefano Accorsi) di fornire una prova egregia, compreso Accorsi che finalmente pare quasi una persona normale, lontano dalle esagerazioni delle interpretazioni nostrane. E’ un film di sceneggiatura e di personaggi, la scrittura è fondamentale e gli attori ne hanno dato eccellente interpretazione, mettendo in scena egregiamente il complicato rapporto tra il desiderio e i sentimenti che ne scaturiscono.
“Solo un bacio per favore” è una prova di vero cinema in pieno stile francese: il delicato confine tra amicizia e amore, il tradimento e la sofferenza sono temi certo triti e ritriti, ma qui sono affrontati in maniera autentica, singolare, senza mai una sbavatura o un’esagerazione, con ritmo e umorismo ma anche riflessività.
In fondo che cosa può rappresentare un semplice bacio? L’ultima scena e il lungo primo piano finale sulla bellissima Julie Gayet possono essere una risposta. Magico.
Esce il 9 maggio.

mercoledì 26 marzo 2008

Jovanotti - Safari

Dai tempi di Capo Horn, nel 1999, avevo perso le tracce di Jovanotti. Il quinto mondo, Buon sangue li ho saltati a piè pari. Quindi era dai tempi di e ritorno da teeee senza niente da direee che un ritornello di Jovanotti non si insinuava prepotentemente nella mia testa. Ora, complici anche i massicci passaggi in ogni dove da dicembre a questa parte, è stato impossibile non rimanere affascinati dalla splendida Fango, track d'apertura e primo singolo del disco. Al momento sta viaggiando, direttamente dall'esibizione sanremese, il secondo singolo A te, anche questo a rischio overdose. Questi meccanismi di promozione sinceramente farebbero spazientire anche Matusalemme: il troppo stroppia, e anche la canzone più bella del mondo diventa noiosa se messa in loop tutto il giorno. Ma lasciamo da parte le polemiche e parliamo del disco, dai più definito come quello della maturità per Lorenzo.
A mio modesto parere il disco della maturità è stato L'albero (1997) che ha confermato la svolta e il talento di Jovanotti dopo gli ottimi Lorenzo 1992 e Lorenzo 1994. Questo Safari è un'ulteriore conferma della sua creatività e capacità di suonare sempre nuovo, nonostante ripercorra il collaudato schema di sempre.
Gli episodi di rilievo nell'album sono molti, a partire dalla già citata Fango, nella quale suona nientemeno che Ben Harper, e il cui testo evocativo riesce anche a commuovere. Non mancano le canzoni d'amore, campo in cui Lorenzo è maestro nel riuscire a rendere originali le parole più semplici per descrivere questo sentimento: A te, Come musica, Innamorato, sono canzoni belle e dolci, soprattutto le prime due. Più movimentate la title-track Safari, nella quale purtroppo canta Giuliano Sangiorgi dei Negramaro e la solare (ovviamente) Mezzogiorno, che contiene il ritornello siamo come il sole a mezzogiorno babeeeeeee, il più adeguato a sostituire quello di Un raggio di sole. Ottima la "sambeggiante" Punto, uno degli episodi musicalmente più riusciti del disco.
Non mancano le note negative, alcuni pezzi non convincono per nulla (Antidolorificomagnifico) o solo a metà (Nel mio tempo). Nel complesso comunque un album più che discreto e piacevole da ascoltare, dalle sonorità sempre ricercate, ora soft, ora più energiche, e dai testi intimisti e per nulla artificiosi cui Lorenzo ci ha abituati.
E' un piacere per me constatare la bontà del disco per questo che è un autore al quale sono molto legato, per le emozioni che mi ha regalato e anche per il percorso di crescita che ha intrapreso, col quale ha dimostrato che qualcosa di buono può nascere anche dalle premesse peggiori (ricordate Jovanotti for President?)

martedì 12 febbraio 2008

Baustelle - Amen

Dopo La malavita, un disco bellissimo con capolavori come Il corvo Joe, Un romantico a Milano, La guerra è finita, che li ha fatti conoscere al grande pubblico, questo Amen era atteso come il disco della definitiva consacrazione per i Baustelle (Claudio Brasini, Francesco Bianconi e Rachele Bastreghi). Ebbene, la consacrazione è arrivata già nel titolo, un "Così sia" che forse significa consapevolezza delle proprie potenzialità: l'album trasuda una creatività eccezionale, come se il gruppo fosse agli esordi, ma è altresì chiaro che questo è il lavoro più maturo della formazione toscana, che riesce a rinnovarsi pur rimanendo nel solco del proprio personalissimo stile.
Uno stile fatto di testi ricercati e mai banali, raffinati e ricchissimi di citazioni e rimandi frequenti alla situazione sociale, melodie orecchiabili e raffinate e sperimentazioni musicali sempre ben inserite nei pezzi da arrangiamenti molto azzeccati. Il vero marchio di fabbrica rimane la doppia voce di Francesco e Rachele, che spazia in lungo e in largo tra le canzoni, lungi dal rimanere ancorata solo agli incisi.
Nella tracklist non c'è una vera e propria caduta di stile, tutti i 15 pezzi hanno davvero qualcosa da dire e non ci sono riempitivi, spicca l'importanza data alla sezione archi e fiati negli arrangiamenti e sorprende la ricchezza e la profondità d'ascolto che questo disco può regalare. Scrivo dopo averlo ascoltato solo tre volte e mi scopro ad essere entusiasta di raccontare un album di musica italiana degno di questo nome, io che ormai sono quasi completamente esterofilo (e soprattutto, amante di roba un po' più vecchiotta). Ci sono delle vere e proprie perle come Il liberismo ha i giorni contati, Charlie fa surf, Antropophagus, Alfredo e quello che secondo me è il miglior pezzo: L'uomo del secolo, capace di racchiudere in sé tutta l'essenza della musica firmata Baustelle.
Un album caldamente consigliato per quello che sa regalare, soprattutto un album nel vero senso della parola. In un'epoca di canzonette mordi e fuggi senza alcuna valenza artistica, Amen rappresenta una freschissima e desiderata oasi nell'attuale deserto della musica.


Tracklist
1. E così sia
2. Colombo
3. Charlie fa surf
4. Il liberismo ha i giorni contati
5. L'aeroplano
6. Baudelaire
7. L.
8. Antropophagus
9. Panico! (A. Lee)
10. Alfredo
11. Dark Room
12. L'uomo del secolo
13. La vita va
14. Ethiopia
15. Andarsene così

mercoledì 30 gennaio 2008

Cloverfield

Bob Hawkins deve partire per il Giappone, così suo fratello e alcuni amici organizzano per lui una festicciola di commiato, muniti dell'immancabile videocamera con la quale filmeranno i saluti e gli auguri all'amico. Proprio durante il party però i palazzi di Manhattan tremano, si pensa ad un terremoto, la TV annuncia che una petroliera si è rovesciata appena fuori New York, così gli invitati vanno sul tetto del grattacielo per capire meglio cosa sia successo. E' lì che vedono una gigantesca esplosione: nessuno sa cosa sia successo e tutti si riversano per le strade in cerca di una via di fuga. Appena in strada, i grattacieli intorno incominciano a crollare e inquietante rotola davanti agli occhi increduli dei protagonisti la testa della Statua della Libertà.

Sono queste le premesse dell'ultimo film catastrofico con mostro annesso, un po' a rinverdire i fasti di Godzilla. Proprio in Giappone J.J. Abrams (che i più conoscono come produttore di serie di successo come Alias e Lost) ha maturato l'idea di un film del genere, vedendo come i nipponici siano ancora appassionati al mostro che faceva a pezzi le città. L'hype che Abrams ha creato attorno a questo film ha fatto sì che anche i non appassionati del genere sviluppassero un certo interesse per il film, tanto da crearsi giustamente delle aspettative di una certa consistenza; invece la pellicola diretta da Matt Reeves si è rivelata esattamente il film che gli scettici si aspettavano.

Certo, vi sono dei meriti da ascrivere al cast tecnico del film (tutti ex o attuali collaboratori di Abrams) come ad esempio la coraggiosa scelta di raccontare la storia interamente dagli occhi dei protagonisti e della loro videocamera (una specie di video delle vacanze leggermente più movimentato, insomma), oppure la splendida fotografia di Michael Bonvillain.

Ma oltre a queste chicche tecniche la storia è veramente debole, oltre a cadere in alcuni classici cliché del genere. Di sicuro, nei venti minuti successivi all'esplosione, il film è molto godibile e serrato e riesce facilmente a mantenere lo spettatore in uno stato di sospensione dell'incredulità. Stato che via via scema sino a lasciare il posto alla delusione.

La narrazione, pur mantenendo un buon ritmo, comincia a scadere in situazioni trite e ritrite oppure addirittura ridicole, a titolo esemplificativo bastino le solite persone normalissime a vedersi, che invece chissà come riescono a resistere alle ferite più gravi e anche rimanere incolumi dopo essere precipitati con un elicottero. Nulla di nuovo sotto il sole, insomma. Non che ci potesse aspettare chissà quale storia, insomma, ma si poteva fare molto meglio. Anche il finale rimane aperto, data la natura particolare della storia (l'intero film è “solamente” il contenuto dell'SD card della videocamera) nulla viene svelato sull'origine del mostro e addirittura non si sa se questo è stato sconfitto. I soliti tam-tam in rete parlano di una vera e propria saga di Cloverfield in arrivo, anche grazie ad alcune indiscrezioni del regista stesso.

Cloverfield raggiunge alte vette solamente per quanto riguarda il comparto tecnico: la resa è eccezionale e il costo è “solamente” 28 milioni di dollari, gli effetti speciali magistrali e alcune scene memorabili non salvano però il film dall'assoluta mediocrità generale. A ben vedere la scelta di utilizzare solo la videocamera dei protagonisti per raccontare la storia si rivela un arma a doppio taglio: da sì la sensazione di realismo, in particolare nella prima parte, ma poi risulta difficile anche solo immaginarsi che della gente rincorsa da mostri o sospesa su grattacieli pericolanti abbia la costanza di filmare tutto quello che sta succedendo.

Forse le aspettative troppo alte influiscono più di quanto dovrebbero nel giudicare quello che rimane un film “alla Godzilla”, ma quello dei giudizi negativi è un rischio che Abrams avrà corso volentieri visto che comunque Cloverfield ha già incassato 41 milioni di dollari nel primo week-end nelle sale.


lunedì 14 gennaio 2008

Bullitt

IL poliziesco. Pochi film del genere riescono avere la carica di Bullitt: una pellicola che è di un realismo fuori dal comune. Dai titoli iniziali più glamour che potreste immaginare prende le mosse una storia quasi comune: un tenente di polizia, Frank Bullitt, viene incaricato da un influente politico di proteggere un importante testimone per un processo di mafia, ma qualcosa va storto: Ross e un collega poliziotto cadono in un agguato e Bullitt comincerà ad indagare per scoprire la verità. Dicevamo il realismo: tecniche di indagine, operazioni chirurgiche, autopsie: tutto viene trattato in maniera minuziosa dal regista Peter Yates, attraverso gli occhi di Bullitt assistiamo a come davvero si sviluppa un'indagine su un omicidio. E McQueen è dannatamente bravo, bisogna ricordarlo, nell'interpretare un poliziotto tutto d'un pezzo, un vero duro che non si arrende mai. Anche la controparte di McQueen, colui che crea il conflitto, è benissimo interpretata da un Robert Vaughn in forma, che contribuisce in maniera determinante alla riuscita del film.

Impossibile parlare di Bullitt senza citare il celeberrimo inseguimento fra la Ford Mustang del protagonista e la Dodge Charger R/T con a bordo due criminali. I modelli delle auto sono specificati perché diventati leggendari anche grazie a questa spettacolare sequenza: un inseguimento di dieci minuti fra i caratteristici saliscendi di San Francisco che non dimenticherete facilmente, e che soprattutto risulta coinvolgente pur senza le macchine che fanno cinquanta capriole dei film odierni. Un secondo inseguimento, stavolta a piedi, di notte, fra le piste di un aeroporto e il finale amaro chiudono la storia in maniera cruda, lasciando forse senza sfogo la tensione che si accumula durante la visione.

Oscar meritato per il serratissimo montaggio e musiche molto azzeccate completano il quadro di un police-movie caldamente consigliato, seppur certamente non per tutti.

martedì 18 dicembre 2007

La bussola d'oro

Orfano da troppo tempo della straordinaria trilogia de Il Signore degli anelli, mi sono lasciato trasportare dal richiamo del fantasy e sono andato a gustarmi questo film tratto da un'altra trilogia, Queste oscure materie di Philip Pullman, di cui l'espertissimo Sig. Sottocolle mi aveva ben parlato. Fidandomi ciecamente del parere del suddetto, ho sperato fino all'ultimo che il passaggio da carta a celluloide fosse quasi indolore: il film non rende mai come il libro, si dice, ma vi sono fulgidi esempi di trasposizioni cinematografiche di tutto rispetto.
La storia narra di un mondo parallelo al nostro, molto simile al pianeta Terra che conosciamo, se non fosse per il fatto che le anime delle persone vivono al di fuori del corpo sotto forma di famigli (i daimon). E' un mondo (e un universo) parallelo del quale l'organizzazione religiosa chiamata Magisterium prova a prendere il definitivo controllo, con esperimenti atti ad estirpare l'anima dai bambini per renderli ubbidienti, nonché ostacolando le ricerche su uno strano elemento chiamato polvere, che minerebbe alle fondamenta del potere del Magisterium stesso.
Il destino vorrà che la sorte del mondo sia nelle mani di una vispa ragazzina di nome Lyra, che grazie a un aletiometro (la bussola d'oro del titolo) capace di svelare sempre la verità, si avventurerà in un epico viaggio.

Le premesse per fare un buon lavoro c'erano (quasi) tutte: una trilogia osannata, un budget praticamente illimitato, interpreti di tutto rispetto come Nicole Kidman, Daniel Craig, Eva Green, Sam Elliot e la brava Dakota Blue Richards nei panni di Lyra. Peccato che Chris Weitz alla regia (e alla scrittura) non sia stato capace di andare oltre ad un film visivamente bellissimo ma davvero senza sostanza. Dopo un buon inizio con voce off (in pieno stile Signore degli anelli) che fornisce le informazioni basilari, l'interesse si affievolisce quasi subito, per essere risvegliato solo in qualche sporadica occasione. Pur non avendo letto i libri in questione, posso assicurarvi che ci sono dei buchi paurosi di sceneggiatura che frastornano lo spettatore, che si trova ad accompagnare la piccola Lyra nell'affrontare situazioni nelle quali si giunge confusamente. Inoltre, a togliere ulteriore profondità alla pellicola, i comprimari sono solamente abbozzati da Weitz, mentre è appena sufficiente la caratterizzazione della protagonista.

Davvero un peccato, dunque, quella che si chiama una grossa occasione mancata. Non si può definire altrimenti un film che doveva, per le premesse succitate, decisamente emergere dalla mediocrità in cui è rimasto impantanato. Ci si chiede come mai la New Line abbia voluto ingaggiare l'inesperto Weitz, noto per la saga di American Pie e per il pur discreto About a boy, bruciando un budget così imponente per un prodotto del genere il cui finale aperto, stando ad alcuni rumours dopo il flop d'incassi negli USA, potrebbe rimanere tale visto che il seguito La lama sottile potrebbe anche non vedere mai la luce.