venerdì 17 gennaio 2014

La grande bellezza

Fresco di premio come miglior film ai Golden Globe, l'ultimo film di Sorrentino si candida all'Oscar come miglior film straniero, e lo fa con merito.
La cifra stilistica di Sorrentino si vede tutta, siamo in presenza di un regista la cui impronta è riconoscibilissima, elegante come pochi nei movimenti di macchina; a livello visivo un appassionato di cinema non può che rimanere estasiato, anche per una fotografia che mette in risalto la grande bellezza di una Roma spesso inedita. A far da contraltare alla meraviglia per gli occhi troviamo una scrittura per niente fluida, quasi un puzzle, che dà l'idea di troppe istantanee messe insieme tanto per rappresentare la decadenza e la cafonaggine di un certo tipo di società.

A volte queste istantanee risultano però poco realistiche, diciamo che invece che da una Polaroid escono da uno smartphone dopo aver applicato tre o quattro filtri di Instagram. OK, probabilmente non è esagerato usare uno stile tanto barocco per rappresentare la mondanità romana, ma si poteva essere meno ridondanti in alcuni frangenti e sviluppare meglio la storia. Critiche da profano, per carità, ma credo che alla pellicola avrebbe giovato una storyline più organica.

E' tutto nei primi dieci minuti: la Roma di giorno, quella dei turisti con un coro di lirica a commento, di contrappunto la Roma notturna alla festa di Jep, una tribù che balla al ritmo di Far l'amore e Mueve la colita.
Parliamo delle canzoni perché si conferma la bravura del regista nello scegliere la colonna sonora, specie qui dove Jep è continuamente in bilico tra la sua vocazione alla mondanità e la nostalgia (cantata meravigliosamente da Verdone in uno dei passaggi migliori del film) alla dolcezza degli anni gioiosi dei primi amori.

Un'opera a due facce, dunque. L'ambizione di Sorrentino di riuscire a fare un film sul nulla (come fa dire ben due volte a Jep, parafrasando Flaubert) riesce solo a metà. La sceneggiatura è troppo evanescente e non facilita la comprensione, i personaggi pronunciano battute ora riuscitissime, come l'invettiva a bassa voce di Jep nella scena contro Stefania, ora da arresto:"Mangio le radici perché le radici sono importanti" è una delle battute peggiori di sempre!
Viene calcata la mano anche sulla scrittura di alcuni caratteri, funzionali alla storia ma poco credibili perché troppo macchiettistici, su tutti il cardinal Masterchef, davvero insopportabile.
D'altro canto, il cast fa di tutto per far dimenticare questi problemi. Ogni attore fornisce una buona prova, compresa Serena Grandi che interpreta praticamente sé stessa al netto della cocaina. Servillo è al suo meglio, Verdone ha una parte piccola, ma significativa, e non sfigura, mentre la Ferilli, pure convincente, è un po' troppo sacrificata dalla sceneggiatura.

Il film rimane sicuramente da vedere. Riesce nel difficile compito di non annoiare nonostante i suoi difetti per me fin troppo evidenti, è girato in maniera impeccabile ed ha al suo servizio un Servillo che si muove benissimo nei panni sgargianti di Jep Gambardella. Non è facile dire bene di un film che per molte cose non mi è piaciuto, ma mi sento di promuoverlo e di consigliarlo perché ha qualcosa che incanta. Ha quel quid che, al contrario del pur formalmente eccezionale This must be the place, lascia qualcosa dopo la visione, forse perché in fondo ci si rende conto che è comunque un film che sa raccontare molte cose dell'Italia.
Alcuni hanno detto: è il film che ci meritiamo, nel bene e nel male; forse non sono lontani dalla verità e bisogna dare atto a Sorrentino di aver partorito un'opera coraggiosa, ed il fatto che si tenda a vederla a tratti troppo kitsch forse è segno che la grande bellezza non è del tutto perduta.

3 commenti:

  1. E' lì, sul tavolo. A me Sorrentino piace, molto. Sommerso da centinaia di pareri (il tuo è assolutamente tra i più lucidi, bravo), ho un po' di timore nell'affrontarlo.
    Però lo faccio prima del 2 Marzo.
    Garantito.

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